“Essere nel giusto è troppo poco”. Pensieri politici dal caso Sicilia

31 Ott

Certo essere nel giusto è troppo poco
(Italo Calvino)

Dalla Sicilia, l’Italia
Il prossimo 5 novembre, in Sicilia, si svolgeranno le elezioni regionali. Sin dal duro scontro fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, l’esito politico delle votazioni siciliane ha influenzato le logiche e i movimenti partitici di scala nazionale. Sembrerebbe che il risultato della corsa per la guida di una delle regioni più importanti d’Italia, possa ancora oggi condizionare la politica nazionale che si appresta, all’inizio del prossimo anno, alle elezioni per il rinnovo dei membri del parlamento e, quindi, del presidente del Consiglio. Lungi dal voler entrare nell’agone politico, neppure indirettamente, ritengo che la tornata elettorale siciliana sia un’occasione di riflessione per interpretare lo stato attuale della politica italiana.

La responsabilità è di tutti
Amerigo, il protagonista del romanzo La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, entrato in una personalissima riflessione in merito alle elezioni politiche degli anni Cinquanta diceva a se stesso: «Certo essere nel giusto è troppo poco». L’espressione calviniana invita a riconsiderare l’atteggiamento di quanti, tanti ormai, nel ritenersi in una situazione personale, lavorativa e sociale di “giustezza” si disinteressano della politica caratterizzata da difficili, altalenanti e incomprensibili processi. L’atteggiamento, diffusissimo fra i giovani e gli adulti, di disinteresse per le dinamiche politiche, partitiche, istituzionali, associative lascia terreno a quanti in questi ultimi decenni hanno cannibalizzato la cosa pubblica tramite un’attività assai distinta e distante da quella necessaria per la ricerca del bene comune. In Sicilia, come nel resto del nostro Paese, il distacco tra i cittadini e la politica è palesemente confermato dalla scarsissima affluenza alle urne. Da questa situazione possiamo trarre alcune verità concatenate tra loro. Infatti, se la politica ha subito negli ultimi anni un processo di involuzione e se i cittadini sono sempre più distanti dalla politica è anche vero che la responsabilità di quanto avvenuto in passato e di quello che potrà mutare in futuro è nelle mani di tutti.

Un pizzico di realismo
Chiunque abbia un po’ di esperienza umana, sociale, istituzionale sa benissimo che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate e, pertanto, non possono essere richiesti, progettati e attesi da un giorno all’altro. Questo sano realismo è evidente a molti e, spesso, genera una visione pessimistica della realtà quasi come se quest’ultima non possa trovare reali e durature vie di riforma. Tuttavia, interpretare la situazione nella sua interezza significa inglobare nei dinamismi prolungati e faticosi di riforma anche una sorta di ottimismo senza il quale verrebbe meno la possibilità di immaginare e di progettare un futuro diverso. Storicamente – e in qualsiasi conteso culturale, politico o religioso – le istituzioni hanno la tendenza a preservare se stesse e la propria rilevanza sociale. Pertanto, l’ottimismo profetico è destinato a trovare la sua genesi dal basso dell’attività dei cittadini. Questi – consapevoli che la degenerazione delle pratiche politiche è responsabilità tanto dei politicanti quanto dei distanti – sono chiamati a riscoprire l’inestimabile valore della politicità dei singoli e delle comunità.

Ripartire dalla passione per la politica
La qualità del dibattito politico messa in scena in vista dell’elezione del presidente della Regione siciliana e i movimenti che hanno condotto alla formazione delle liste dei candidati al ruolo di deputato regionale, dimostrano, qualora occorressero altre prove, il livello miserevole nel quale è piombata l’attività politica in Italia. Più che il boom economico, all’indomani della seconda guerra mondiale fu la passione di cittadini ricchi e poveri, democristiani e comunisti a risollevare il nostro Paese. Un pullulare di idee, di giornali politici, di eventi formativi, di proposte legislative, di visioni del mondo, di slancio volontario mise in moto un meccanismo capace di cambiare radicalmente il volto sociale della nostra penisola. La lezione che ci proviene dalla storia ci dice che ancor prima dei grandi leader o delle maggioranze parlamentari stabili, la nostra comunità nazionale ha bisogno di tornare a nutrire la passione per la politica.

Rocco Gumina

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Giustizia. Un’esigenza fondamentale

18 Ott

Una nuova politica al “risveglio della storia”
Secondo diversi studiosi – ma anche a parere del cittadino comune – ci troviamo in un’epoca di grandi mutamenti, tanto da far prefigurare un vero e proprio risveglio della storia, ai quali necessita come nutrimento essenziale una prospettiva ideale capace di generare nuove visioni del mondo. Globalizzazione, tecnologia, lavoro, finanza, welfare, sicurezza, migrazioni sono tematiche fondamentali che in ogni campagna elettorale, in qualsiasi dibattito televisivo e in qualunque convegno tematico emergono in tutta la loro problematicità. Politici e studiosi, cittadini e movimenti, avanzano di volta in volta strategie destinate, a parer loro, a riformare energicamente e radicalmente l’attuale contesto. Lo sconquasso, ad ogni livello e tensione, della politica spinge, o almeno dovrebbe, verso una visione unitaria e semplice della realtà. Tale visione, ancor prima di calcolare gli aspetti tecnico-scientifici e produttivi, è orientata a riconsiderare, in vista della riforma della politica, il principio della giustizia sociale in grado di garantire agli uomini un’autentica libertà.

La giustizia poggia sulla carità
La giustizia risulta fra i temi centrali della rivelazione biblica. Il cammino di liberazione del popolo ebraico e, in Cristo Gesù, dell’intera umanità trova nella concretizzazione della giustizia terrena un fondamento insostituibile per una perenne attenzione verso le situazioni di povertà e di privazione. La tensione a favore di una maggiore equità nei dinamismi della convivenza umana si presenta come una sorta di dialogo fra il Dio liberatore e l’umanità oppressa. Infatti, la risposta che il popolo deve dare all’azione liberatrice di Dio è la costruzione di una convivenza fondata sulla giustizia come condizione per la realizzazione della piena comunione interumana. Da questo dialogo, possiamo notare come la giustizia poggi sulla carità divina la quale permette la fondazione, per il tramite della condivisione dei beni del creato da parte dell’uomo, di una società effettivamente reciproca e relazionale. Allora, la giustizia sociale può fondarsi solo su una verità trascendente, cioè sul riconoscimento della dignità trascendente della persona umana.

La dimensione politica della giustizia
Al numero 73 della costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II si afferma che: «Per instaurare una vita politica veramente umana non c’è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia». L’invito conciliare a coltivare il valore fondante della giustizia ha una portata politica poiché l’obiettivo di una società fondata sull’equità è il bene comune. Bisogna precisare, però, che senza l’affermazione e il rispetto di regole di condotta configurate sul modello di una comunità umana orientata alla promozione del bene condiviso, dietro l’angolo può insinuarsi il prevalere della forza sulla giustizia e dell’arbitrio sul diritto. Difatti, una parte importante della giustizia sociale dipende dal modo con cui ci vediamo e ci parliamo l’uno dell’altro. Tuttavia, oltre ad una opportuna disposizione, abbiamo bisogno di leggi buone. L’opera di sostegno per l’attuazione di una politica radicata sulla fondamentale esigenza della giustizia apre ad una logica nuova che, secondo papa Francesco, non è più rinviabile: «Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia» (Laudato si’, n. 159).

A sostegno dell’etica civile
Questa concezione della giustizia non appare come un arbitro imparziale, ma come un lottatore che si schiera a sostegno, in ogni possibile contestualizzazione, sia della dignità umana sia della tutela dell’ambiente. In tal modo, si riformula una teoria e una pratica della giustizia che reinterpretano i diritti e la dignità umana come dimensioni riconosciute e garantite da una politica volta al bene comune. Di fatto, come riporta il terzo articolo della Costituzione italiana, è compito delle istituzioni politiche assicurare a tutti i cittadini lo sviluppo delle personali capacità da mettere in circolo all’interno della società. Porre la giustizia come un’esigenza fondamentale significa suggerire una prospettiva di etica civile nella quale ciascun uomo ha diritto di essere riconosciuto dai singoli e dalle istituzioni.

Rocco Gumina

“Come ponti levatoi”. La vocazione, sempre nuova, dei cristiani in politica

17 Set

Per la Gaudium et spes, i cristiani sono chiamati a prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica al fine di dedicarsi con responsabilità alla ricerca, insieme a tutti gli altri uomini, del bene comune. Per i discepoli del Cristo, l’operazione volta al raggiungimento della consapevolezza della particolare vocazione nell’ambito politico trova il suo cominciamento nella capacità di discernere. Quest’ultima impone l’atteggiamento dell’ascolto poiché Dio stesso si rivolge ai credenti come a soggetti capaci di ascoltarlo. L’ascolto conduce a comprendere la propria identità cristiana come una vocazione diaconale da mettere a servizio della comunità umana e politica. Così, la peculiarità della proposta della Gaudium et spes consiste nella capacità di innestare la “vocazione cristiana” sulla “vocazione umana”.
La cittadinanza e l’impegno politico dei cristiani si poggiano su un atto di fede il quale, nell’odierno frangente di crisi sistemica, si propone un’opera di discernimento dei segni dei tempi attraverso sia il rifiuto dell’opzione di ritirarsi nella nicchia della vita privata sia la capacità di resistenza dinanzi allo sfaldamento di ogni legame politico. Allora, la particolare vocazione dei cristiani nella comunità politica punta, per il tramite dell’esercizio della responsabilità e della ricerca del bene comune, alla trasformazione del mondo. Si tratta, dunque, non di una visione religiosa dove vi è coincidenza fra valori cristiani e istanze capitalistico-borghesi, bensì di un’ispirazione capace di aprire nuove prospettive ovvero, un modo nuovo – e biblicamente fondato – di abitare la città. La prerogativa dell’abitare la città in modo nuovo esclude ogni possibile dualismo fra fede e storia ma, per il tramite di una mistica degli occhi aperti, si apre all’assunzione piena della concretezza umana e, dunque, della politica.
L’odierno contesto chiede a chi si pone alla sequela di Cristo di tornare a pensare con un’intelligenza illuminata dalla fede al fine di generare profili identitari forti ma non rocciosi, sicuri ma non integralisti. Difatti, per Luigi Bobba, non abbiamo bisogno di: «identità reattive (muro contro muro) ma di identità assertive e flessibili (come ponti levatoi) che si alzano e si abbassano a seconda delle circostanze». Su questa scia si lega la necessità di ridimensionare il fattore politica poiché questa appartiene alle realtà penultime. Così, se non esiste una politica della verità, l’azione dei cristiani è destinata a orientarsi – tramite l’introduzione di un “relativismo cristiano” – verso la ricerca nella società di tutti i fattori positivi e di speranza che possano delineare una politica più umana. Senza divenire i fautori di una religione civile, i cristiani sono interpellati anche dall’urgenza di ricostruire il legame interrotto tra etica e politica per ricollegare la cittadinanza all’interesse verso l’impegno attivo nei territori di appartenenza. Inoltre, i credenti possono contribuire alla riforma della politica attraverso la proposizione di una visione che non riduce la sfera del politico all’esclusiva tecnicalità o all’insensata e frettolosa ricerca di risultati “concreti” in grado di realizzare “tutto e subito”. Quindi, va affrontato un serio discorso sulle basi culturali che precedono e seguono un impegno politico destinato ad individuare la sua priorità nel rianimare la democrazia attraverso una cittadinanza responsabile. Allora, ai cristiani spetta il duplice compito di alfabetizzare alla partecipazione politica e, di conseguenza, produrre una cultura politica evangelicamente fondata poiché ad essere povero oggi è il pensiero politico ispirato cristianamente.
Prendere consapevolezza della vocazione, sempre nuova, dei cattolici in politica permette di riconsiderare tutta una serie di spunti che trovano una convergenza unitaria nell’atto di raffigurare la vita del credente all’interno della città come quella dell’anima nel mondo. Così, l’attività di animazione culturale, sociale, economica, morale e politica dei cristiani oltre ad essere una responsabilità per quest’ultimi è anche un’esigenza implicitamente richiesta dal mondo. Insomma, si tratta di “un di più” specifico che solo i credenti, per il tramite del loro peculiare sguardo sul mondo, possono mettere in campo.

Rocco Gumina

La crisi del dialogo

24 Ago

Il 2010 è finito con i ricordi più belli della mia vita.
Spero che il 2011 sia molto meglio.
Ho così tanti desideri per il 2011, spero si realizzino.
Per favore, Dio, stammi vicino e fa’ che tutto si avveri.
(Mariam Fekry, uccisa nel 2010 in un attentato terroristico in Egitto)

L’attentato di Barcellona è l’ennesima ferita che il disumano terrorismo procura ad uno dei cuori pulsanti dell’Europa. Dopo gli attentati di Londra, di Madrid, di Parigi, di Berlino il vecchio continente sembra iniziare a convivere con un fenomeno che, nonostante il crescente affermarsi delle strategie politiche volte ad una maggiore sicurezza, si presenta come pericolo non del tutto evitabile. Inoltre, la calda estate italiana ci propone alcuni avvenimenti – di gravità assai diversa e minore rispetto agli esiti nefasti delle pazzie terroristiche – che possono indurci ad una paziente e necessaria riflessione sul valore e sull’attualità del dialogo all’interno del nostro modello socio-culturale. Dalle considerazioni propagandistiche di buona parte del centrodestra sulla proposta di legge circa lo Ius soli, alla vicenda del giovane senegalese aggredito in spiaggia nel cagliaritano da un gruppo di campani e difeso dai bagnini, senza dimenticare la coppia di giovanissimi calabresi che a Rimini picchia, deruba e offende con insulti razzisti una donna di colore in avanzato stato di gravidanza e la polemica sul lavoro svolto dalle ONG per la salvezza di migliaia di persone nel Mediterraneo; da tutto ciò, traiamo rilevanti elementi per affermare che oggi la cultura del dialogo è in crisi.
Spesso scambiata per buonismo, la cultura del dialogo – in una stagione in cui prevale il discredito della politica, delle ideologie, delle utopie e delle religioni – è chiamata a fare i conti con questioni come il terrorismo globale, l’islamofobia, la cristianofobia, il ritorno delle guerre di religione. In questo orizzonte, l’altro non è qualcuno da accogliere bensì colui che, nell’invadere la quotidianità, genera timore. Tuttavia, come affermava qualche anno fa Walter Kasper, il dialogo è un’espressione della struttura intima dell’esistenza umana e della percezione della verità. Quindi, anche in un’epoca di crisi, non si può fare a meno di riflettere sulla forza positiva del dialogo purché questo non si riduca alla semplice espressione di coccole verbali o ad entusiastici quanto irrilevanti abbracci mediatici. Nell’era della globalizzazione culturale, commerciale e comunicativa l’uomo, per via del suo profilo planetario, non può rassegnarsi al tramonto dell’alterità e alla morte del prossimo. Difatti, non esiste alternativa al dialogo. Semmai, il dibattito interessa le modalità operative da attuare negli itinerari culturali, istituzionali, civili, religiosi e familiari destinati ad educare al dialogo.
In quest’attività, le diverse religioni e le varie confessioni cristiane sono invitate a dare un contributo rilevante. Ciò è necessario per tentare di fare chiarezza sulle diverse, e non sempre positive, declinazioni del divino avanzate nella postmodernità. Sul tema, infatti, si prefigura un’autentica Babele poiché si va dal Dio che giustifica la guerra preventiva di Bush a quello meticcio e indeterminato di Obama; dal jihad terroristico e sacrilego di Abu Bakr al-Baghdadi al Dio di San Francesco d’Assisi esaltato, persino assumendone il nome, dall’attuale vescovo di Roma e capo della cattolicità. Probabilmente un impegno comune delle religioni, tanto a livello istituzionale quanto a livello territoriale e popolare, volto a mostrare il volto mite di un Dio che desidera la prosperità armonica degli uomini potrebbe risultare il migliore antidoto alla degenerazione mortifera del religioso generata dal fondamentalismo.
Per alimentarsi, la cultura del dialogo ha bisogno di un principio fondante: la speranza. Qualche ora prima della sua morte causata da un attentato terroristico in una chiesa copta di Alessandria d’Egitto, la giovane Mariam Fekri scriveva su Facebook una preghiera a Dio: «Ho così tanti desideri per il 2011, spero si realizzino. Per favore, Dio, stammi vicino e fa’ che tutto si avveri». Mariam metteva le attese della sua vita nelle mani del Dio della speranza. L’unica via percorribile per isolare definitivamente i profeti di una falsa divinità capace di produrre solo morte, distruzione e caos.

Rocco Gumina

In ascolto dei giovani. Verso il sinodo del 2018

6 Ago

Ma il Signore mi disse:
«Non dire: sono giovane,
ma va da coloro a cui ti manderò
e annunzia ciò che io ti ordinerò.
Non temerli, perché io sono
con te per proteggerti».
(Geremia 1, 7-8)

Già il Concilio Vaticano II, nel decreto Apostolicam actuositatem sull’apostolato dei laici, segnalava la rilevanza della questione giovanile per i tempi moderni. Oltre a ricordare la crescente influenza dei giovani nella società odierna, l’assise conciliare registrava che spesso i giovani, in un contesto di radicali e repentini cambiamenti, appaiono: «impari ad affrontare adeguatamente i loro nuovi compiti» (Apostolicam actuositatem, 12). In realtà la giovinezza, intesa come stato della vita a cui mancano dei presupposti essenziali per la piena maturità umana, pare una condizione privilegiata nella rivelazione biblica. Si pensi all’astuzia utilizzata da Giacobbe per ottenere la benedizione dal padre Isacco o alla caparbietà di Giuseppe venduto dai fratelli. Ancora, si ricordi l’intelligenza del piccolo Davide nell’affrontare e vincere il gigante Golia o il peccato del figlio minore che permette la manifestazione – tramite il padre misericordioso – di quell’amore sempre più grande rispetto alle attese. Insomma, come mostra la chiamata del giovane Geremia divenuto profeta dell’Altissimo, Dio predilige comunicare la sua parola a coloro ai quali, per la società e le condizioni del tempo, manca qualcosa in termini di maturità, ricchezza o riconoscimento sociale. Il dato biblico viene ulteriormente testimoniato da quanto, per via della grande esperienza umana e spirituale, scriveva Benedetto nella sua Regola: «Spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (III, 3). Il riferimento alla parola di Dio, alla tradizione e al magistero ci permettono, allora, di provare ad intendere i motivi profondi che hanno spinto Papa Francesco a convocare un sinodo in ascolto dei giovani. Motivazioni che, probabilmente, si legano al “sogno” del vescovo di Roma di avviare una riforma ecclesiale basata non su istanze sociologiche, generazionali o istituzionali bensì sulla parola del Signore della vita rivelata, anche in questi anni liquidi e rarefatti, ai giovani. Una visione, come scrive Francesco al numero 27 dell’Evangelii gaudium, in grado di mutare radicalmente più che di preservare: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione».
Il cammino che porterà allo svolgimento del sinodo previsto per l’ottobre del 2018, potrebbe configurarsi – se le chiese locali e le aggregazioni laicali prendessero sul serio il tempo sinodale concesso – come uno spazio di riflessione e azione sul mondo giovanile a partire dal documento preparatorio intitolato I giovani, la fede e il discernimento vocazionale pubblicato lo scorso gennaio.
Il documento inquadra la condizione della giovinezza all’interno dell’attuale contesto contrassegnato da mutamenti, complessità e fluidità che le generazioni precedenti non avevano conosciuto. Il crescente aumento della disoccupazione e la diffusione del triste fenomeno dei NEET (ovvero dei giovani completamente inattivi sul versante del lavoro, dello studio o della formazione professionale) richiedono un ragionamento e una programmazione che siano capaci di germinare cambiamenti nel medio-lungo periodo. Inoltre, i giovani assumono sempre più un atteggiamento di noncuranza nei confronti di qualsiasi istituzione, inclusa la Chiesa, contraddistinto non tanto da espressioni di avversità ideologica quanto da profonda indifferenza. Infatti, molti giovani crescono e maturano senza il bisogno di interfacciarsi seriamente con le istituzioni politiche, sociali e religiose poiché richiedono da queste, non a torto, maggiore vicinanza, autenticità e democraticità. Quindi, come registra il documento, la fase di transizione alla vita adulta necessita di un percorso riflessivo per il quale: «Diventano indispensabili adeguati strumenti culturali, sociali e spirituali perché i meccanismi del processo decisionale non si inceppino e si finisca, magari per paura di sbagliare, a subire il cambiamento anziché guidarlo».
Se questi tempi richiedono una riflessione sul presente e sul futuro dell’umanità, il discernimento alla luce della fede in Cristo Gesù è il contributo che la comunità credente può offrire al mondo e, in particolare, ai giovani. Tale attività viene generata, anzitutto, tramite l’ascolto delle aspirazioni di coloro che sono chiamati a intravvedere il mondo di domani. Un ascolto attento, sincero e voluto che deve culminare con la medesima intensità originata dalla domanda radicale che Gesù pone a due giovani uomini in ricerca: «Che cercate?». Al quesito, la risposta che partorisce la fede si identifica nel vedere – il mondo, la storia, la comunità e la propria singola esperienza umana – al modo di Gesù. Oltre a ciò, tanto per gli adulti quanto per i giovani, gli esiti della risposta devono essere costantemente sottoposti al vaglio dell’interpretazione, del discernimento e della riflessione maturate dal dialogo nel seno della plurale comunità umana poiché, annota il documento, nell’interpretare non si può: «tralasciare di confrontarsi con la realtà e di prendere in considerazione le possibilità che realisticamente si hanno a disposizione».
In definitiva, il sinodo tende a far riscoprire all’interno della Chiesa e a testimoniare nei vicoli delle città che i giovani sono destinati a divenire soggetti protagonisti della storia. Così, l’ascolto dei giovani capaci di accogliere la domanda radicale proveniente dal Signore è una delle vie privilegiate per trasformare ogni cosa. Difatti, nel documento in preparazione del sinodo, si sostiene che: «Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire». Per avverare ciò, tanto la comunità credente quanto quella civile dovrebbero assumere l’atteggiamento umile del giovane Salomone il quale, per rafforzare il suo governo su Israele e orientarlo ai propositi divini, non chiede al Signore delle fortune materiali o una lunga vita bensì la saggezza di saper discernere il bene dal male.

Rocco Gumina

L’uomo e l’ambiente per riformare la politica

12 Lug

L’atteggiamento dell’Unione europea dinanzi alla questione dei migranti e l’esito del recente G20 di Amburgo ci consentono di riflettere sul fatto che un’efficace riforma della politica può essere generata da una positiva comprensione della relazione fra uomo, comunità e ambiente. Per prima cosa, tale dinamismo deve considerare alcuni principi fondamentali – assai urgenti nel processo di globalizzazione in atto – come: la cittadinanza globale, l’integrazione, l’uguaglianza, la dignità umana e sociale, la laicità.
Il riconoscimento teorico e giuridico della dignità di ogni uomo – perfezionato a livello nazionale e globale dopo la tragedia della seconda guerra mondiale – oggi va declinato con le logiche connesse alla cittadinanza. Difatti, la dignità umana priva della possibilità di usufruire dei diritti fondamentali – come l’esercizio del voto libero, della tutela della salute, dell’istruzione, dell’accoglienza – diviene un asserto svuotato di ogni consistenza reale. La relazione, fra la dignità umana e l’effettivo riscontro nell’esercizio dei diritti fondamentali rappresenta la prima frontiera per la riforma politica dell’attuale sistema nazionale e internazionale.
A tale questione, si riallaccia il dibattito sul multiculturalismo e sull’integrazione delle diversità culturali e religiose. È chiaro che solo una robusta e positiva laicità impegnata nella prospettiva dell’inclusione potrà avviare processi sociali, politici e culturali capaci di superare la logica della frontiera tra il noi e il voi. Si tratta, quindi, di declinare nel seno della riforma politica il paradigma della cura per l’uomo e per la società.
Oltre a deliberare e attuare provvedimenti per il riconoscimento della dignità umana, un’effettiva riforma della politica è chiamata a interessarsi – con la medesima attenzione – alla cura dell’ambiente che è la casa comune dell’umanità. La terra, infatti, non è un semplice spazio a disposizione dell’uomo, ma è un sistema vivo basato sull’equilibrio di molti fattori che non possono a lungo essere alterati. Il primo passo – per i governi e per le organizzazioni amministrative ed economiche internazionali – è quello di giudicare le proprie politiche interne ed estere in quanto politiche della terra. Simile passo, può essere attuato attraverso una radicale riforma culturale che concepisca la terra non come luogo di produzione e di sfruttamento, bensì come spazio condiviso per il pieno compimento dell’umanità.
Purtroppo, l’invito biblico a soggiogare la terra è stato tradotto dall’uomo moderno attraverso il complesso di una concezione degenerata del potere che lo trasforma in divinità onnipotente. L’attuazione di questo complesso ha portato all’attuale crisi ambientale che, senza un drastico intervento di riequilibrio, condurrà alla morte ecologica e pertanto della vita. La via dell’equilibrio potrà avviarsi esclusivamente tramite il rifiuto del dominio unilaterale dell’uomo e l’inizio di una relazione positiva fra questi e l’ambiente. Da ciò ne consegue un’antropologia, e una riforma della politica, non antropocentrica da alimentare continuamente attraverso un progetto educativo volto alla promozione umana e alla tutela della terra.
È chiaro che la riconversione ecologica attuata con la riforma politica e culturale è in grado di generare un nuovo stile di vita per l’intera umanità. Ciò dovrebbe condurre gli uomini del primo mondo a vivere in modo più semplice e quelli del terzo e quarto mondo a vivere con dignità anche perché, a parere di papa Francesco, l’attuale assetto socio-politico internazionale: «ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (Laudato si’ n. 30).
Per Francesco, la responsabilità dell’uomo è legata al coltivare e al custodire il creato. Simile logica non si declina in un atteggiamento passivo, ma – con opportuno realismo – chiede alla politica di tornare a sviluppare il proprio ruolo primario nella cooperazione fra gli uomini e l’ambiente perché: «Custodire vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità tra essere umano e natura» (Laudato si’ n. 67).

Rocco Gumina

Verso una libertà creatrice

11 Giu

Un uomo è libero, se si è liberato di se stesso;
se è del tutto padrone della sua essenza,
e realizza così la sua verità
(Romano Guardini)

Cos’è la libertà?
L’epoca moderna è caratterizzata dall’affermarsi di una logica liberale – in ambito politico, economico, sociale e privato – che pone l’uomo, e la sua coscienza, come l’artefice di se stesso e del proprio destino. Se tale visione è abbastanza gradita e diffusa nella cultura contemporanea, non lo è affatto, invece, l’idea di libertà. Infatti, sembra che l’identità sostanziale della libertà non sia mai né compiutamente formulata né tantomeno condivisa. Per Romano Guardini, la libertà è, anzitutto, il diritto: «di avere una propria convinzione personale. Con ciò intendo dire la facoltà di pensare sul senso della propria esistenza. La capacità di dire la propria idea e di vivere conformemente ad essa» (Libertà, 1960). La libertà, quindi, è quella possibilità umana che nasce dall’esercizio del pensiero e mira a scandagliare ogni aspetto personale e collettivo – lavoro, politica, affetti – verso la ricerca di quello che si ritiene attinente alla verità. Messa in questi termini, la libertà non è affatto l’espressione, sia teorica sia pratica, di uno sterile spontaneismo o dell’esclusivo dar seguito alle passioni, bensì una fatica quotidiana della sfera intima dell’uomo. Così la libertà, prima di essere pretesa da realtà esterne al soggetto – istituzioni, ideologie, legami sociali e affettivi ecc. – deve sorgere dal lavorio del singolo in vista di scelte valoriali che riguardano, in un modo o in un altro, la comunità e i rapporti con gli altri. Da questa prospettiva possiamo precisare che la libertà, in quanto apertura alla verità, non è un valore fine a se stesso e neanche un rivestimento esterno della coscienza umana fatto di opzioni legate a progetti, desideri, luoghi. In definitiva, la libertà da un lato contraddistingue la coscienza più intima dell’uomo dall’altro è apertura verso qualcuno e per qualcosa.

I “nemici” della libertà
Nonostante le apparenze, molti sentori della tarda modernità ci fanno capire che la nostra epoca non incarna – per i singoli e per le comunità – il tempo del pieno e maturo esercizio della libertà. Difatti, nella nostra società, possiamo individuare tre “nemici” della libertà che sono: l’immediatezza; la volontà di riuscita; il giovanilismo. Il primo nemico, l’immediatezza, è legato alla passione bruciante per il momento da vivere al di là e al di sopra di ogni responsabilità. Ciò produce una vita appesa all’immediato e all’occasione da sfruttare. Pertanto, si genera un senso dell’esistenza sprovvisto di un progetto a cui tendere. La seconda minaccia è la volontà di riuscita in un progetto di vita – diventare ricchi, famosi, potenti o di successo – che si tramuta in un autentico dittatore interiore della coscienza. Simile rischio, genera individui schiavi del proprio programma di vita e incapaci di riorganizzarsi e riconfigurarsi all’interno di un riferimento comunitario. Infine, il terzo nemico della libertà è il diffuso senso di giovanilismo negli adulti. Oltre a ciò che appare esternamente – la ricerca della perfetta forma fisica, della performance atletica, del nascondimento dei segni tipici dell’età avanzata – il grande rischio del giovanilismo negli adulti è quello della perdita della prerogativa principale della maturità: la pazienza. Con l’assenza della pazienza, si smarrisce anche il senso del procedere lento, precario, cangiante – ma comunque fecondo – della vita.

Verso una libertà creatrice
I “nemici” della libertà, concepiti dall’odierno contesto contraddistinto da apparenti liberalizzazioni e flessibilità, conducono ad interpretare le scelte umane in base ad una visione che slega l’individuo dalla relazione con la società. In tal modo, da un lato si cerca di risolvere problemi sistemici con iniziative personali dall’altro si promuove una concezione negativa della libertà tutta concentrata sull’assenza di ogni forma di limite. Un’inversione di tendenza rispetto agli esiti di una parte del progetto della modernità, può apparire tramite la rielaborazione della libertà in termini affermativi, positivi e, dunque, creativi. Si tratta di un compito essenzialmente educativo destinato a promuovere la libertà creatrice con la quale si potrà generare una nuova idea di vita autentica, piena e capace di armonizzare le esigenze dei singoli con le attese della comunità.

Rocco Gumina