Verso una libertà creatrice

11 Giu

Un uomo è libero, se si è liberato di se stesso;
se è del tutto padrone della sua essenza,
e realizza così la sua verità
(Romano Guardini)

Cos’è la libertà?
L’epoca moderna è caratterizzata dall’affermarsi di una logica liberale – in ambito politico, economico, sociale e privato – che pone l’uomo, e la sua coscienza, come l’artefice di se stesso e del proprio destino. Se tale visione è abbastanza gradita e diffusa nella cultura contemporanea, non lo è affatto, invece, l’idea di libertà. Infatti, sembra che l’identità sostanziale della libertà non sia mai né compiutamente formulata né tantomeno condivisa. Per Romano Guardini, la libertà è, anzitutto, il diritto: «di avere una propria convinzione personale. Con ciò intendo dire la facoltà di pensare sul senso della propria esistenza. La capacità di dire la propria idea e di vivere conformemente ad essa» (Libertà, 1960). La libertà, quindi, è quella possibilità umana che nasce dall’esercizio del pensiero e mira a scandagliare ogni aspetto personale e collettivo – lavoro, politica, affetti – verso la ricerca di quello che si ritiene attinente alla verità. Messa in questi termini, la libertà non è affatto l’espressione, sia teorica sia pratica, di uno sterile spontaneismo o dell’esclusivo dar seguito alle passioni, bensì una fatica quotidiana della sfera intima dell’uomo. Così la libertà, prima di essere pretesa da realtà esterne al soggetto – istituzioni, ideologie, legami sociali e affettivi ecc. – deve sorgere dal lavorio del singolo in vista di scelte valoriali che riguardano, in un modo o in un altro, la comunità e i rapporti con gli altri. Da questa prospettiva possiamo precisare che la libertà, in quanto apertura alla verità, non è un valore fine a se stesso e neanche un rivestimento esterno della coscienza umana fatto di opzioni legate a progetti, desideri, luoghi. In definitiva, la libertà da un lato contraddistingue la coscienza più intima dell’uomo dall’altro è apertura verso qualcuno e per qualcosa.

I “nemici” della libertà
Nonostante le apparenze, molti sentori della tarda modernità ci fanno capire che la nostra epoca non incarna – per i singoli e per le comunità – il tempo del pieno e maturo esercizio della libertà. Difatti, nella nostra società, possiamo individuare tre “nemici” della libertà che sono: l’immediatezza; la volontà di riuscita; il giovanilismo. Il primo nemico, l’immediatezza, è legato alla passione bruciante per il momento da vivere al di là e al di sopra di ogni responsabilità. Ciò produce una vita appesa all’immediato e all’occasione da sfruttare. Pertanto, si genera un senso dell’esistenza sprovvisto di un progetto a cui tendere. La seconda minaccia è la volontà di riuscita in un progetto di vita – diventare ricchi, famosi, potenti o di successo – che si tramuta in un autentico dittatore interiore della coscienza. Simile rischio, genera individui schiavi del proprio programma di vita e incapaci di riorganizzarsi e riconfigurarsi all’interno di un riferimento comunitario. Infine, il terzo nemico della libertà è il diffuso senso di giovanilismo negli adulti. Oltre a ciò che appare esternamente – la ricerca della perfetta forma fisica, della performance atletica, del nascondimento dei segni tipici dell’età avanzata – il grande rischio del giovanilismo negli adulti è quello della perdita della prerogativa principale della maturità: la pazienza. Con l’assenza della pazienza, si smarrisce anche il senso del procedere lento, precario, cangiante – ma comunque fecondo – della vita.

Verso una libertà creatrice
I “nemici” della libertà, concepiti dall’odierno contesto contraddistinto da apparenti liberalizzazioni e flessibilità, conducono ad interpretare le scelte umane in base ad una visione che slega l’individuo dalla relazione con la società. In tal modo, da un lato si cerca di risolvere problemi sistemici con iniziative personali dall’altro si promuove una concezione negativa della libertà tutta concentrata sull’assenza di ogni forma di limite. Un’inversione di tendenza rispetto agli esiti di una parte del progetto della modernità, può apparire tramite la rielaborazione della libertà in termini affermativi, positivi e, dunque, creativi. Si tratta di un compito essenzialmente educativo destinato a promuovere la libertà creatrice con la quale si potrà generare una nuova idea di vita autentica, piena e capace di armonizzare le esigenze dei singoli con le attese della comunità.

Rocco Gumina

“Elevare il povero a un livello superiore” Il nuovo umanesimo di don Milani

11 Giu

Ma non vedremo sbocciare dei santi
finché non ci saremo costruiti dei giovani
che vibrino di dolore e di fede
pensando all’ingiustizia sociale
(Lorenzo Milani, Esperienze pastorali)

Il 26 giugno del 1967 moriva don Lorenzo Milani. A cinquant’anni di distanza da quell’evento, possiamo constatare che la sua opera educativa e la sua testimonianza umana risuonano da più parti ora come esempio da seguire, ora come mito da invocare o screditare. Senza alcun dubbio, a partire dalla questione educativo-formativa, la lezione milaniana offre una visione integrale dei processi umani, e perciò sociali e politici, che nel panorama culturale odierno possiede da un lato un’indubbia attualità dall’altro un’efficace carica profetica. Per rileggere l’integralità del suo pensiero, non possiamo trascurare che secondo il priore di Barbiana la fede non era un’aggiunta artificiale alla vita bensì un «modo di pensare e di vivere» destinato, anzitutto, ad un’attività incessante di umanizzazione dell’uomo. In tal modo, si può affermare che la sua proposta scolastica destinata agli esclusi – e quindi ai poveri della società italiana degli anni Cinquanta – pur limitata negli anni e superata dai diversi cambiamenti sociali dei decenni successi, si conserva come metodo valido per il nostro tempo. Un metodo che, a mio parere, si poggia su tre capisaldi: il primato dell’essere; il dominio della parola; la valenza politica dell’educazione.

Il primato dell’essere
La proposta educativa di don Milani non può essere ridotta ad una tecnica da applicare né, tantomeno, a norme da seguire. Infatti, per il sacerdote toscano, la prima preoccupazione dell’educatore non coincide con l’elaborazione di un progetto formativo bensì con la prospettiva di «come bisogna essere per fare scuola». A parere del priore, il primato dell’essere è destinato a condurre i formatori ad una scelta che corrisponde con lo schierarsi a favore dei poveri affinché possano elevare la loro condizione sociale, economica e politica attraverso la cultura. Per far ciò, l’adulto non può affidarsi all’esclusiva potenza della parola e dei discorsi ma è chiamato a vivere quello che propone poiché nella nostra epoca «nessuno si fida più di nulla che non sia vissuto prima che detto». Inoltre, il primato dell’essere sul fare mira a modellare, tanto gli allievi quanto gli insegnanti, verso il raggiungimento di coscienze mature, coerenti e responsabili; si avviano, così, processi educativi destinati a generare soggetti capaci di non avere paura di «restare isolati» poiché animati da «idee chiare, dalla gioia di vivere e di combattere».

Il dominio della parola
L’incessante attività educativa di don Milani era essenzialmente orientata al raggiungimento, per i suoi allievi, del dominio della parola. Difatti, secondo il sacerdote toscano, la parola è «la chiave fatata che apre ogni porta» la quale risulta necessaria per la vita di ogni uomo sia questi medico, avvocato, contadino o sindacalista. Nella visione milaniana, le ingiustizie sociali sono provocate dalla disparità fra coloro che possiedono la parola e quelli che ne sono sprovvisti. Quindi, l’opera volta all’ottenimento del dominio della parola, oltre ad avere valore educativo, esprime un rilevante significato sociale e politico per la costruzione di dinamiche realmente democratiche ed egualitarie. In definitiva, per il priore di Barbiana, il dominio della parola raffigura per l’uomo la possibilità di prendere consapevolezza della sua esistenza – e dei diritti-doveri che ne conseguono – al fine di promuoverla, tutelarla ed estenderla.

La valenza politica dell’educazione
Il processo educativo avviato da don Milani, nato per la scolarizzazione degli esclusi, ha avuto come finalità l’emancipazione degli strati sociali oppressi e sfruttati. Di fatto, nell’esperimento di Barbiana, la politica è imparata, vissuta e costruita attraverso il dialogo, la competenza e la passione per la costituzione di una comunità dal volto umano dove tutti possono divenire protagonisti. In questi termini, il cono di luce milaniano anticipa e approfondisce quanto affermato da papa Francesco ai movimenti popolari nel 2015: «Il futuro dell’umanità non è soltanto nelle mani dei grandi leaders, delle grandi potenze, delle élites, è soprattutto nelle mani dei popoli, nella loro capacità di organizzarsi». Così, nell’epoca della crisi della democrazia, la peculiare idea educativa del priore di Barbiana assume una valenza politica destinata a fornire elementi di riforma volti a ridisegnare la partecipazione civica.

I tre capisaldi del metodo milaniano delineano un umanesimo che da un lato riconosce il povero con le sue attese e dall’altro lo rende soggetto della propria storia. Un nuovo umanesimo che ritiene la ricerca della giustizia sociale come un’esigenza umana e cristiana dalla quale non si può prescindere. In una civiltà occidentale che vede crescere sempre più la distanza fra i ricchi e i poveri, il nuovo umanesimo di don Milani mantiene un vigore profetico e una densità di prospettive ancora da sviluppare interamente.

Rocco Gumina

Perché più forte delle mafie è la vita

22 Mag

Questo è l’apporto specificatamente cristiano.
Cioè la capacità di armare il cuore degli uomini
a resistere sino alla fine al male,
ma arrendendosi e consegnandosi a Dio
(Cataldo Naro, 2005)

La mafia è ancora forte
Le cronache giornalistiche, la povertà di diversi territori, la corruzione diffusa e la percezione comune ci rivelano come in Italia la criminalità organizzata sia ancora forte e capace di tessere relazioni con il potere politico e imprenditoriale a qualsiasi livello e intensità. Infatti, dalla periferia calabrese al cuore economico-finanziario italiano incarnato dalla città di Milano, si registra una presenza che con diversi linguaggi, profili e metodologie persegue interessi criminali a scapito del tessuto vitale delle nostre terre. Dalle uccisioni al gioco d’azzardo, dal traffico di droga a quello dei rifiuti tossici, dalla prostituzione al commercio di armi, dal controllo sui territori alla pratica dell’omertà, le mafie sviluppano un’azione volta a rubare e a deturpare ogni speranza come pure qualsivoglia futuro alle presenti e alle successive generazioni. La ricaduta politica più evidente – prodotta dalla diffusione di questo cancro nella nostra comunità nazionale – è la negazione dei diritti personali e sociali. A tal proposito lo scorso 19 marzo, in occasione dell’incontro promosso da Libera per ricordare le vittime delle mafie, il presidente della Repubblica Sergio Matterella ha affermato: «Le mafie sono la negazione dei diritti. Opprimono, spargono paura, minano i legami familiari e sociali, esaltano l’abuso e il privilegio, usano le armi del ricatto e della minaccia, avvelenano la vita economica e le istituzioni civili». Alla presenza negativa delle mafie si accompagna, come annotano nel 1991 i vescovi italiani, il crollo: «del senso di moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti» (CEI, Educare alla legalità). Dinanzi a questo scenario, non basta più elaborare e promulgare leggi, regolamenti e distintivi che attestino la legalità, bensì occorre un impegno educativo per l’avvio e il sostegno di una crescita culturale.

Sostenere la crescita culturale
Rispetto all’inizio degli anni Novanta, nella società italiana è maturata una sensibilità e una relativa consapevolezza sugli effetti mortiferi della presenza delle mafie. Ciò ha condotto ad un impegno per lo sviluppo della cultura della legalità nelle scuole, nelle associazioni, nei partiti, nei sindacati, nel mondo delle imprese. Simile attività, per il capo dello Stato, è un compito che deve riguardare: «ciascuno di noi: nell’agire quotidiano, nei comportamenti personali, nella percezione del bene comune, nell’etica pubblica che riusciamo ad esprimere. Per questo motivo, la lotta alle mafie riguarda tutti. Nessuno può dire: non mi interessa. Nessuno può pensare di chiamarsene fuori» (Intervento all’incontro promosso da Libera, 19 marzo 2017). Difatti, solo se leghiamo le strategie repressive ad una sempre più diffusa cultura della legalità possiamo pian piano eliminare i circuiti che in modo diretto o riflesso alimentano e costituiscono la criminalità organizzata. Inoltre, una crescita culturale – per i singoli cittadini e per i gruppi sociali e istituzionali – è continuamente sostenibile tramite la proposta di un cambio di mentalità destinato a riformulare la nostra comunità in termini maggiormente democratici. Così, il sostegno per la crescita culturale volta a favorire una nuova moralità pubblica, è un’urgenza del nostro tempo che deve considerare ogni cittadino come protagonista del cambiamento il quale può radicarsi nel seno di una cultura della vita.

Per una cultura della vita
Alcuni elementi come la mancanza del lavoro, l’emergere di nuove problematiche sociali, l’assenza di incisività da parte della politica istituzionale e partitica, l’atavica crisi economica del Mezzogiorno possono spingere verso un pessimismo esistenziale incapace di generare forze per debellare il male oscuro delle mafie. Per questo motivo, a fondamento di un’operazione volta allo sviluppo culturale, bisogna porre il valore della vita come farmaco più forte di qualsiasi criminalità organizzata. Papa Francesco, in visita alla popolazione di Scampia nel 2015, ha elaborato la prospettiva di una cultura della vita in questi termini: «Il cammino quotidiano in questa città, con le sue difficoltà e i suoi disagi e talvolta le sue dure prove, produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta, e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola». Per l’avvento nel nostro Paese di una simile cultura, è necessario sia l’elaborazione di una buona politica sia un’educazione capillare al rispetto della dignità dell’uomo in famiglia, sul posto di lavoro, nella società. Insomma, si tratta della ricerca di un nuovo umanesimo che sappia cogliere tutte le positività della cultura e della popolazione italiana al fine di respingere la disumanizzazione prodotta dalle mafie. Urge, allora, resistere alla cultura della morte per fare spazio all’affermarsi della vita.

Rocco Gumina

Il dovere di “immischiarsi” in politica

27 Apr

Il buon cattolico deve “immischiarsi” in politica e
poi ancora, di fronte alla cultura della illegalità,
della corruzione e dello scontro il cristiano
è chiamato a dedicarsi al bene comune,
un disimpegno sarebbe tradire la missione
dei fedeli laici chiamati ad essere
sale e luce del mondo
(Francesco, 2013)

La questione
La recente scissione, più personale che politica, del Partito Democratico ha risollevato alcuni nodi circa la presenza e la relativa partecipazione diretta dei cattolici in politica. Dopo gli anni, quasi un cinquantennio, dell’onnipotenza gestionale targata Democrazia Cristiana, con la crisi e la fine della prima repubblica i cattolici sembrano vivere un lungo tempo di purificazione e, per dirla con l’attenta analisi di Giuseppe Dossetti, di purgatorio. Va segnalato anche il cambiamento culturale e sociale avvenuto nel nostro Paese dal dopoguerra in poi il quale ha certamente scardinato quell’apparente omogeneità cattolica della società italiana degli scorsi decenni. Tuttavia – nonostante lo scioglimento della DC e l’inserimento dei cattolici nelle varie compagini politiche – un’attenta osservazione della nostra realtà sociale può indurci ad affermare che l’Italia secolare dei nostri giorni non potrebbe essere pensata senza la presenza, seppur minoritaria, dei cattolici in politica.

I temi su cui convergere
Data per acquisita la pluralità delle opzioni politiche dei cattolici, il ragionamento per un rinnovato slancio della partecipazione dei credenti alla politica attiva potrebbe avviarsi a partire dalla convergenza su alcune questioni fondamentali come: la ricerca della giustizia sociale e di conseguenza il ripensamento dell’attività dello Stato sull’economia affinché le istituzioni possano garantire pari opportunità a tutti i cittadini tramite la ridistribuzione della ricchezza e, pertanto, assicurare l’esercizio autentico della libertà; una riforma dell’organizzazione dello Stato volta alla concretizzazione di una reale e semplificata sussidiarietà; l’attività di sostegno al cammino verso una maggiore unità della comunità politica e sociale europea minacciata da una contingenza esterna e interna assai sfavorevole; l’attuazione di stabili e idonee politiche per le famiglie sempre più colpite dalla crisi economica e dalla disgregazione sociale in atto; l’opera sia culturale sia politica di accoglienza verso i migranti da integrare nei nostri territori.

Una rinnovata pedagogia
Le grandi figure del cattolicesimo politico del passato, da Luigi Sturzo ad Aldo Moro, erano figlie non solo di un peculiare carisma personale ma, soprattutto, di comunità credenti capaci di attivare una narrazione pedagogica collettiva sulla società e sulla politica. Quindi, oggi urge un impegno culturale ed educativo da parte di ogni gruppo ecclesiale in vista della generazione di una nuova modalità di cattolicesimo politico e di leader che possano guidarla. Tale pedagogia non può che concentrarsi sul tema della liberazione dei nuovi oppressi che, in sostanza, significa raccogliere la grande lezione politica dell’ultimo leader riconosciuto dai cattolici italiani: Aldo Moro. Per lo statista pugliese, infatti, si trattava di umanizzare la politica per renderla un autentico servizio all’uomo. Una pedagogia capace di sviluppare sia il senso di responsabilità per la casa comune sia una maggiore vicinanza verso i perdenti e gli ultimi delle nostre periferie.

Torniamo a “pensare politicamente”
La nuova sfida per coloro che hanno a cuore la dimensione politica del cattolicesimo è quella di tornare a pensare politicamente. Questa attività deve svilupparsi da un lato con tempi e spazi opportuni dall’altro senza la pretesa di un’immediata valorizzazione in termini elettorali e di gestione del potere. Un contributo al Paese, quello del tornare a pensare politicamente da parte dei cattolici, che potrebbe generare una creatività politica in grado di far maturare la nostra democrazia fino a farla divenire un regime inquieto sempre pronto a riconoscere le proprie lacune, a rimettersi in gioco e a ricominciare da capo. In tal senso, il ritorno al “pensare politicamente” è la primaria modalità di assolvere, per il credente, al dovere di “immischiarsi” in politica.

Rocco Gumina

Una via per il cattolicesimo italiano

27 Apr

Se limitassimo l’effetto della recente visita di papa Francesco a Milano al grande successo in termini di partecipazione e di rilevanza mediatica perderemmo la reale portata e l’effettiva sostanza dell’evento. A mio parere, le poche ore passate dal vescovo di Roma nella capitale finanziaria italiana – dense di gesti e discorsi – possono segnare un momento assai significativo per il cattolicesimo, e per la Chiesa, in Italia. Infatti, la presenza e le riflessioni di Francesco nella giornata lombarda sembrano mostrare una possibile via per vivere da credenti in una società ricca e parimenti complessa come quella italiana. Da questo punto di vista, il contesto milanese, sia in termini di risorse sia nella prospettiva delle criticità, sintetizza abbastanza bene la realtà sociale del nostro Paese. Dalle parole pronunciate dal papa durante la permanenza nella diocesi che annovera fra i vescovi del passato Ambrogio nell’antichità e Martini nella contemporaneità, possiamo declinare un itinerario per una rinnovata presenza dei cattolici in Italia fondato su quattro punti di riferimento.

Andare incontro
L’impegno della comunità credente è quello di andare incontro alla gente, alle famiglie, ai poveri poiché il cristiano non è colui che punta o resta nei centri istituzionali e sociali del potere bensì mira alle periferie. In quest’attività, il fedele è chiamato a ricordare che il cambiamento e, dunque, la conversione non è frutto delle opere umane ma del dono da parte del Signore della vita. Per il cattolicesimo italiano, che per molto tempo è stato vicino ai centri di potere, l’andare incontro significa liberarsi dai legacci e dagli appesantimenti che talvolta hanno intorpidito un servizio volto all’autentica liberazione dell’uomo e non al mantenimento del potere e dell’influenza sulla società.

La sfida della complessità
In un tempo caratterizzato da un lato dalla speculazione sulla vita umana in ogni sua declinazione dall’altro sulla complessità sociale dovuta alla pluralità etnica, religiosa e valoriale, il cattolicesimo italiano non può lasciarsi prendere dallo smarrimento ma deve accettare e affrontare la sfida che gli pone la tarda modernità. Per Francesco, difatti: «Non dobbiamo temere le sfide, questo sia chiaro. Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, le sfide. È bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti» (Discorso ai sacerdoti e ai consacrati presso il Duomo di Milano). Inoltre, per comprendere il livello di difficoltà delle sfide attuali e per sostenerle con maggiore serenità, occorre un’attenta e capillare formazione ecclesiale al discernimento che rimanda ad un esercizio sapienziale in grado sia di scegliere fra l’opportuno e l’inutile sia di cogliere le positività da ogni situazione.

Una pedagogia della liberazione
Nell’epoca dell’assenza delle grandi narrazioni di senso tipiche del passato, la comunità ecclesiale è invitata alla cura delle giovani generazioni che rischiano di perdersi nel flusso continuo e liquido dell’eterno presente caratteristico dei social network. Questa cura può esprimersi attraverso una pedagogia della liberazione umana che, secondo Francesco, deve essere basata sulla proposta educativa del pensare-sentire-fare, cioè: «un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani, i tre linguaggi. Educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani, i ragazzi, le ragazze possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e sentono. Non separare le tre cose, ma tutt’e tre insieme» (Discorso ai ragazzi cresimati presso lo Stadio San Siro). Tale proposta educativa non può che generare un rifiuto per ogni forma di violenza verso l’altro che, durante il periodo adolescenziale, trova forma nel bullismo per poi manifestarsi e svilupparsi, in età adulta, nelle forme più o meno organizzate di criminalità e di corruzione.

L’impossibile che si fa storia
Nonostante la crisi sociale, politica, economica e morale che colpisce in maniera sempre più marcata tanto il continente europeo quanto il nostro Paese, la missione dei credenti nel mondo è legata all’annunzio della speranza e della gioia evangelica. Tramite il cono di luce della fede, molti processi destinati alla promozione dell’uomo – a scuola, nelle istituzioni, nella città – permettono di farci intravedere l’impossibile che si fa storia poiché, a parere del vescovo di Roma: «quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà» (Omelia durante la messa al Parco di Monza). Simile prospettiva induce i cristiani ad essere uomini generatori di senso all’interno delle nostre società prive sempre più di ogni rimando alla dimensione simbolica e trascendente.

Queste quattro coordinate, dedotte dai discorsi di Francesco durante la visita pastorale alla diocesi di Milano, costituiscono una parte essenziale della via che il cattolicesimo italiano è destinato ad attraversare nei prossimi decenni. La Chiesa in Italia, in tutte le sue componenti e pluralità, deve interpretare il magistero di un papa venuto dall’altra parte del mondo per guidare la cattolicità, anche quella occidentale, nel III millennio credente.

Rocco Gumina

Educare ad una cittadinanza integrante

27 Apr

Considerare le minoranze e le diversità

Una proposta educativa possiede sempre come finalità la possibilità di sostenere un particolare profilo di cittadinanza. Il nostro tempo è caratterizzato dalla crescita costante di esperienze sulle differenze culturali, etniche e religiose. Come cittadini, siamo tutti chiamati a scelte che possono coinvolgere una varietà di aspetti umani prima non previsti ma che, adesso, bisogna conoscere per poter interagire con la realtà sociale, politica e culturale odierna. Il fattore della comprensione è determinante all’interno di una proposta educativa. Infatti, comprendere elude il giudizio definitivo, la condanna inflessibile verso sé e sugli altri e apre alla possibilità dell’accoglienza, del riscatto, dell’assenza del pregiudizio. Per far ciò serve un progetto educativo che consideri le minoranze e le diversità come portatori di conoscenze specifiche da non escludere, bensì da far integrare e soprattutto interagire, nelle attuali comunità socio-politiche.

Il valore della cittadinanza riflessiva

La pluralità culturale, etnica e religiosa invita gli uomini e le donne del XXI secolo ad uno sforzo che conduca ad una cittadinanza riflessiva capace di cogliere le positività provenienti dalla diversità sistemica in atto. In primo luogo, tale prospettiva implica un esame critico di se stessi, della propria storia e delle relative appartenenze; poi, invita a considerare il fatto di essere, ancor prima che cittadini di una nazione, abitanti di un mondo complesso; infine, sviluppa nell’uomo l’esercizio dell’immaginazione non distaccandolo dalla realtà ma donando a questa una profondità in grado di generare un’incessante tensione verso il progresso. Questo profilo di cittadinanza ha bisogno di un’educazione e di un relativo insegnamento che siano democratici nei quali chiunque è invitato a dare un contributo attraverso una metodologia dove non è solo l’adulto, o il maestro, a trasmettere nozioni agli allievi, o ai giovani, ma insieme si esercita una continua tensione critica volta alla ricerca della giustizia nel rispetto dei diversi profili sociali. Il perenne e condiviso esercizio della tensione critica non mette in discussione, per via di una temporanea maggioranza, alcuni diritti e libertà fondamentali bensì indica la capacità di entrare in relazione pensante con ogni dato della realtà persino con la propria tradizione. Un percorso educativo del genere è in grado di fornire la consapevolezza intellettuale delle cause e degli effetti delle diseguaglianze, delle povertà, del nuovo colonialismo, della crisi attuale della politica.

Per insegnare a vivere

Alla luce di questa prospettiva, educare alla cittadinanza non significa accontentarsi di trasmettere le conoscenze ma mira alla peculiarità fondamentale di ogni insegnamento che è quella di insegnare a vivere. Per attuare un tentativo del genere occorre avviare una riforma del pensiero che da un lato eviti le parcellizzazioni disciplinari, i percorsi monotematici, le iper-specializzazioni dall’altro promuova la globalizzazione del sapere. Risulta evidente come l’educazione e l’istruzione siano, specialmente ai nostri giorni, degli strumenti indispensabili per la costruzione della democrazia. Per fare questo, il metodo pedagogico deve da un lato rifiutare ogni logica di dominazione o di indottrinamento delle nuove generazioni dall’altro promuovere processi di liberazione culturale, umana, sociale.

La lezione di don Milani

Nel dopoguerra italiano, don Lorenzo Milani costruisce una proposta educativa per una cittadinanza integrante rivolta ai figli dei contadini quasi del tutto lontani da ogni logica di progresso tecnologico, sociale, politico e umano. Il Priore di Barbiana parte dalla consapevolezza che la parola non è solo un mezzo di comunicazione, ma è soprattutto la via per divenire sovrani ovvero realmente liberi. Quindi, non si tratta di mirare soltanto ad una forma di sviluppo che si lega al prolungamento biologico della vita umana bensì di operare per una crescita psicologica, culturale, spirituale che si traduca politicamente in maggiore responsabilità sociale e dignità umana. Così, l’impegno per l’alfabetizzazione in vista del “possedere la parola” è la più radicale prospettiva per una reale riforma della politica. La lezione di don Milani e dei suoi ragazzi ci dice che le ingiustizie hanno cause sociali, culturali, politiche e ambientali ma che queste possono essere modificate tramite un percorso educativo di cittadinanza integrante che miri alla giustizia sociale e alla libertà.

Rocco Gumina

Per una maggiore socialità: il valore della sussidiarietà

27 Apr

L’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa
è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra
del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle
(Pio XI, Quadragesimo anno)

In uno scenario globale sempre più ricco di connessioni culturali, etniche, religiose ed economiche, la politica – ad ogni livello – dovrebbe ordinare il proprio ripensamento sistemico alla luce del valore della sussidiarietà. Si tratta di un principio enunciato chiaramente nell’art. 118 della nostra carta costituzionale nella quale si afferma: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà». Il valore della sussidiarietà – nel riconoscere l’autonomia politica ed economica dei soggetti e delle comunità – sancisce il dovere da parte dello Stato, o delle istituzioni maggiori, di integrare le mancanze degli enti minori. La finalità di tale intervento è legata allo sviluppo della persona intesa come membro attivo della società civile. Di certo, una riforma politica ispirata all’attuazione della sussidiarietà potrebbe valorizzare la logica della socialità e dell’integrazione in un momento storico nel quale occorre guidare culturalmente e politicamente la Babel, per dirla con Bauman, della globalizzazione.
A sua volta, il valore della sussidiarietà si poggia da un lato sul principio personalista dall’altro sul riconoscimento del ruolo dello Stato e delle autorità sovranazionali. Se la prospettiva personalista ci ricorda che l’individuo da solo non è in nessun caso autosufficiente poiché la vera natura dell’uomo si declina nella socialità dei beni e delle relazioni; il riconoscimento del ruolo delle istituzioni maggiori ci permette di chiarire che lo Stato non è solamente uno degli attori per la concretizzazione dell’interesse generale, ma il garante. Quindi, se lo Stato ha come finalità il bene comune – per il tramite della sussidiarietà – la socialità viene istituzionalizzata.
In Italia, sin dall’impegno di alcuni intellettuali cattolici per la stesura del Codice di Camaldoli, è diffusa l’idea che le istituzioni politiche di qualsiasi livello abbiano per finalità la giustizia sociale che permette l’esercizio di un’autentica libertà. Si tratta di una sorta di perenne tensione culturale e politica – che trova una fonte costituzionale negli articoli 2 e 3 della nostra carta – la quale costituisce la visione politica generata dai costituenti. Simile visione esprime il valore dell’uguaglianza sia nella prospettiva delle libertà personali e sociali da garantire a ciascuno sia nell’ottica della diffusione dei mezzi in grado di permettere lo sviluppo di ogni persona e, pertanto, da assicurare a tutti. Oltre a ciò, la nostra Costituzione lega il principio di sussidiarietà alla solidarietà la quale va promossa in modo verticale, ovvero dalle istituzioni, ma anche in prospettiva orizzontale tramite l’adempimento da parte di ogni cittadino dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. In sintesi, la visione culturale e politica dei nostri costituenti riconosce che non può esserci vera libertà senza giustizia sociale.
Inoltre, l’attuazione del valore della sussidiarietà avvierebbe dei processi di riforma anche nell’Unione Europea oggi avvertita come un’entità sovranazionale quasi per nulla rappresentativa in termini politici. Infatti, la sussidiarietà implica lo sviluppo di una partecipazione politica dal basso che non esclude ma reclama solo in caso di necessità l’intervento dall’alto.
L’odierna Babele politico-economica – che investe il progetto occidentale generato all’indomani del crollo del muro di Berlino – ci invita, a qualsiasi livello e latitudine, a ripensare i fondamentali della socialità e, dunque, dell’umanità. La proposta avanzata dal capitalismo totalitario che aizza i desideri della pancia dei popoli – si veda la Brexit in Inghilterra, l’elezione di Trump negli USA, il grande consenso riscosso dalla Le Pen in Francia e da Geert Wilders in Olanda – non sembra in grado di avanzare una proposta di convivenza planetaria. Verosimilmente, il valore della sussidiarietà – con tutte le declinazioni e varianti che comporta – potrebbe orientare un processo di ripensamento e di riforma capace di figurare, per via di una maggiore socialità, la svolta politica del XXI secolo.

Rocco Gumina