Aut-Aut Sicilia!

18 Lug

Foto“Desiderare che le circostanze della tua vita possano un giorno afferrarti nelle loro branchie e costringerti a spremere quanto v’è in te, e che cominci quel severo esame che non si accontenta di chiacchiere e di battute di spirito”.
Con queste parole presenti in Aut-Aut, Kierkegaard si rivolge ad un amico per riflettere sulla scelta radicale da compiere nella vita tra questo o quello, fra l’una e l’altra cosa, tra l’essere in un modo oppure in un altro. Le affermazioni del filosofo danese sembrano scritte appositamente per analizzare in modo critico lo stato politico della regione siciliana.
Il presunto silenzio di Crocetta dinanzi alle supposte dichiarazioni di Tutino non è altro che l’ultimo atto di una tragicommedia che va avanti dal momento della scelta da parte del Partito Democratico isolano e dell’Unione di Centro siciliana di sostenere lo sceriffo gelese della legalità. Questo primo atto, è stato accompagnato dall’esito del voto il quale ha visto Crocetta vincere sui brandelli di quella che possiamo definire come “il resto della democrazia siciliana”. Infatti, il neogovernatore ha ottenuto poco più del 30% dei consensi dal 50% dei siciliani andati al voto. Inoltre, il succedersi delle squadre di assessori sempre meno ridondanti e galattiche – difatti si è passati da Zichichi, Battiato e Borsellino a Pistorio – non ha prodotto nulla da ricordare per il prossimo futuro.
Tuttavia – se davvero è giunto per la nostra cara Sicilia il tempo di cui parla Kierkegaard ovvero quello del severo esame che non si accontenta di chiacchiere – è opportuno non stringere la corda esclusivamente sul “cerchio magico” crocettiano ma occorre tirare in ballo le forze politiche, e tutti i loro gregari e addentellati, che ancora oggi sostengono il presidente. In questi anni di governo targato Crocetta, il Partito Democratico ha dichiarato e ipotizzato tutto e il contrario di tutto apparendo quello che nella sostanza più intima sembra essere: contenitore di fazioni, di cordate monarchiche e di gruppetti completamente distaccato dal cammino dello stesso soggetto politico nelle altre regioni italiane. Del resto, l’Unione di Centro sembra attualizzare solo l’eredità negativa di quella grande storia democratico-cristiana a cui s’ispira, ovvero il “tirare a sopravvivere” finché si può, fino a quando conviene. In questa operazione, i presunti “democristiani” aggiungono qualcosa di totalmente innovativo alla storia dei DC e dei post DC. La novità risiede nelle modalità del recente passaggio di consegne, di stampo reale o imperiale, dall’uscente segretario regionale Pistorio all’entrante Miccichè. Quest’ultimo, risulta un segretario nominato senza nessun coinvolgimento della base e in barba a qualsiasi concezione minimalista di democrazia solo perché dall’alto si è deciso che era ora di realizzare il passaggio di consegne concretizzato nelle stesse modalità di una famiglia reale. Episodio mai accaduto fra i veri democristiani.
Se ai governanti le cose non sono andate benissimo, non possiamo dire il contrario degli oppositori. Difatti, il Movimento 5 Stelle – eccetto qualche iniziativa più scenica che di contenuto – non ha ancora mostrato quella solidità e maturità politica che è richiesta per governare in profondità una regione come quella siciliana. Altresì, il movimentismo civico sparso qua e là nell’isola sembra ancora troppo autoreferenziale e scarsamente democratico al proprio interno.
Se il severo esame non ci fa intravedere nulla di buono, il costringersi a spremere quanto di buono c’è in Sicilia lascia ancora qualche speranza. L’immagine dei capitani coraggiosi di Kipling, non quelli di Alitalia, ci permette di ipotizzare un’alternativa. Migliaia di siciliani, al pari dei capitani narrati dal premio Nobel per la letteratura, svolgono una vita aspra e durissima risiedendo nell’onestà e nel desiderio di trasmettere qualcosa di positivo ai propri figli, alle future generazioni. Questi siciliani – pur non partecipando mai a commemorazioni culturali, politiche e civili di ogni sorta – sono il vero tessuto vitale dell’isola che ci permette di ricalibrare il nostro sguardo verso la realtà. Come è capitato al ricco e giovane Harvey protagonista del romanzo di Kipling, l’incontro con i capitani coraggiosi può rappresentare l’alternativa per dare una svolta al destino della nostra isola. Tale incontro non è più collocabile nell’ottica della riforma del sistema, bensì del suo nuovo inizio. Un nuovo inizio per non accontentarci più di chiacchiere e di battute di spirito. Adesso si tratta di scegliere, Aut-Aut Sicilia!
Rocco Gumina

Coltivare e custodire il giardino del mondo

21 Giu

FotoÈ stata appena pubblicata l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Si tratta di un testo che pone al centro della riflessione di tutti gli uomini, credenti o meno, la cura della casa comune ovvero dell’ambiente che ci circonda il quale è parte integrante della nostra esistenza.
La custodia della terra che ci è stata affidata, per il vescovo di Roma trova alimento e significato a partire dalla spiritualità chiamata ad animare, incoraggiare e indirizzare l’azione personale e comunitaria del custodire e del coltivare. Simile atteggiamento genera una vera e propria mistica capace di cogliere il legame fra ogni realtà creata e Dio: «il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri […] Se ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve depositarsi nel Signore» (n. 234). Questa mistica degli occhi aperti oltre a non disgiungere lo spirito dal corpo fa maturare una sensibilità credente in grado di assumere tutto quanto di buono e di bello c’è nella creazione. Così, l’opzione di fede più che realizzare una fuga mundi permette, all’inverso, sia di comprendere in profondità il significato di ogni realtà creata sia di interagire compiutamente con la creazione destinata anch’essa, come l’uomo, all’unico fine: Dio. Alimento fondamentale della mistica degli occhi aperti è, a parere di Francesco, l’eucarestia. Il valore cosmico e sociale dell’incarnazione del Cristo e della sua presenza nel frammento del pane e nel sorso del vino è un atto di amore che dispiega la presenza del Totalmente Altro nella storia, nella quotidianità, nella finitudine. Tale presenza dà il senso al cammino dell’intera creazione protesa verso la divinizzazione e, pertanto, l’unificazione con il Creatore.
Quindi, Francesco ci ricorda che la visione cristiana del mondo non si reduce ad una mera interpretazione intimistica circa il destino futuro dell’umanità, della natura e dell’intero creato. La visione, invece, conduce ad una rivoluzione basata sulla perenne novità del Cristo annunciato nello sviluppo delle diverse fasi della storia. Rivoluzione che – a differenza dei fallimentari e violenti moti basati sulle ideologie totalitarie novecentesche – ipotizza un nuovo volto della casa comune e dell’uomo che la abita tanto da proporre di coltivare e di custodire il giardino del mondo insieme a tutti gli uomini di buona volontà.
Questa cura del creato e dell’uomo si basa su sette presupposti irrinunciabili:
1) gli uomini sono chiamati a riconoscere il limite della scienza e della pratica politica, economica e tecnologica. Tale limite, per i credenti, scaturisce dall’affermare la paternità di Dio il quale affida all’umanità il potere limitato di custodire e di coltivare la terra;
2) l’attuale stato di inquinamento e di sfruttamento dell’ambiente terrestre e la condizione di povertà nella quale vivono miliardi di uomini sono i presupposti per l’avvio di una rivoluzione culturale in grado di: «rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane» (n. 114);
3) si avverte come urgente l’impegno della società, della politica e della comunità ecclesiale per la formazione delle coscienze. Attività che deve educare: «ad una austerità responsabile, alla contemplazione riconoscente del mondo, alla cura per la fragilità dei poveri e dell’ambiente» (n. 163);
4) è necessario ricomprendere la proprietà privata non nell’utilizzo esclusivamente individuale, ma nella sua dimensione sociale: «il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale» (n. 93);
5) il lavoro dell’uomo non può essere più inteso come una merce al pari di altre vendute nel mercato globale. Infatti, per il credente l’attività lavorativa entra a far parte della creazione continua di Dio e, in Cristo Gesù, collabora in qualche modo alla redenzione dell’umanità;
6) va recuperato il valore della sobrietà il quale, nell’attuale epoca del consumo nevrotico, è capace di ridestare l’autentico senso della libertà umana: «La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Infatti quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere» (n. 223);
7) fra le attività inerenti al coltivare e al custodire la terra, l’uomo deve includere il riposo da intendere non come sterile immobilità ma come capacità contemplativa che permette di riconoscere il significato autentico del suo lavoro, dell’ambiente e di se stesso: «Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra maniera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfrenata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio personale» (n. 237).
In conclusione, si può registrare che la lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco è un appello per la necessità impellente di avanzare un nuovo umanesimo che – partendo dall’orizzonte di fede dell’uomo-Dio Cristo Gesù – giunge a proporre una collaborazione fra tutti gli uomini e i popoli per custodire e coltivare consapevolmente la terra unico luogo di espressione di ogni bellezza dell’umano.

Rocco Gumina

Politica come “perenne metamorfosi”

12 Giu

Terrasini 10 06 2015Lo scorso mercoledì 10 giugno l’associazione Così per… passione! di Terrasini ha organizzato la presentazione del libro di Fausto Bertinotti e di don Roberto Donadoni Sempre daccapo. Globalizzazione, socialismo, cristianesimo (Marcianum press 2014). Il direttore artistico dell’associazione, dott. Ino Cardinale, mi ha chiesto di intervenire all’iniziativa con una riflessione. Di seguito una sintesi del mio intervento.

Quello di Bertinotti – intervistato dal direttore della Marcianum Press don Roberto Donadoni– è un libro stimolante, profondo, pieno di spunti e di riflessioni tanto che si fa fatica a sistematizzare il tutto in vista di una presentazione organica perché – come afferma nell’introduzione il card. Ravasi – si tratta di: «una straordinaria testimonianza di analisi e ricerca, rivelandosi come un vero e proprio itinerario personale, intellettuale e persino spirituale». Una vera e propria testimonianza che verte su diversi temi: dalla politica alla teologia, dall’antropologia al futuro dell’umanità, dalla fine delle grandi narrazioni del Novecento al senso dell’esistenza umana. Tutto ciò viene realizzato nella prospettiva del dialogo intenso, franco, critico – ma mai polemico – fra visione credente e concezione non credente attuando, in tal modo, una sponda per lo sviluppo del “Cortile dei Gentili” tanto utile per il nostro tempo.
Anche se il sottotitolo del volume è Globalizzazione, socialismo, cristianesimo, Sempre daccapo non è un libro sulla politica. Tuttavia, è un testo che affronta la dimensione del “politico” come fattore esistenziale che permette, o dovrebbe, il dialogo fecondo nella diversità culturale, etnica, religiosa. Una meditazione sull’attualità che pone il tema sociale fra rivoluzione e riforma. Valutazione la quale più che sposare l’una o l’altra si traduce, seppur indirettamente, in una perenne metamorfosi. Appunto Sempre daccapo che va oltre la riforma stessa della politica.
A parere del già Presidente della Camera dei Deputati, il punto di partenza e d’arrivo nella politica – intesa come fattore esistenziale – è l’umano. Dall’uomo e dai suoi bisogni, Bertinotti è condotto alla dimensione che Karl Polanyi chiama della socialità umana. Quest’ultima, ha trovato nella declinazione storica bertinottiana la scelta social-comunista. Tale visione permette di analizzare il contesto odierno, di criticarlo con teorie e prassi di liberazione per orientare l’avvenire in modo alternativo rispetto alla crisi del presente. Un futuro con a centro l’umano. Alla luce di questo fattore, la visione di Bertinotti è senza alcun dubbio un approccio raffinato, penetrante, tematico molto distante dalla banalità dell’attuale dibattito politico italiano a livello nazionale e locale. La sua è una capacità di andare oltre, di guardare al futuro con speranza e di avere uno sguardo che va al di là delle proprie convinzioni e quindi include le positività dell’altro.
Come afferma il card. Ravasi, la visione bertinottiana della politica come fattore esistenziale produce una parola, un discorso, un vero e proprio lógos che interroga e configura l’intera realtà aprendosi al dialogo, riconoscendo dei limiti, ponendosi quelle che per molti letterati italiani del Novecento sono le domande radicali sull’essere e sull’esistere. Così – dalla fede alla libertà, dalla domanda su Dio alla frontiera estrema della vita che è la morte – l’atteggiamento di Bertinotti è quello di un’innata curiosità critica alla ricerca della comprensione del senso della storia e degli uomini. Un senso che, se raggiunto, rimanda sempre ad altro verso sia un continuo divenire sia uno spirito di rivolta intesa nella modalità del ridare il volto alle cose e agli uomini, ovvero alla politica.
Inoltre secondo Bertinotti, questi anni sono il tempo della semina che deve condurre ad una trasformazione in vista di una nuova politica. Per far ciò, occorre assumere pienamente il limite cioè annullare una interpretazione totalizzante della politica e accettare il fatto che l’uomo e le sue espressioni socio-politiche sono limitate. Nondimeno, il cambiamento non può essere guidato da chi sino ad oggi ha gestito il potere, bensì occorre una maturazione dal basso per giungere ad una metamorfosi delle strutture politiche che devono essere volte al servizio dell’umano. Questa maturazione non può essere rinviata a domani, perciò occorre un investimento che vada oltre il politico e inglobi i processi educativi e formativi delle nuove generazioni.
In conclusione, mi pare di poter affermare che fra globalizzazione, socialismo e cristianesimo, Bertinotti mantenga quell’atteggiamento di cui Paolo parla nella prima lettera ai Tessalonicesi: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono». Alla luce di questo aspetto non parlerei in lui della politica come fattore esistenziale nei termini della riforma o della rivoluzione, bensì della metamorfosi perenne. È una sorta di via terza, sul piano educativo-formativo ancor prima che politico, che è diversa dal riformismo e dalla rivoluzione. Così, la politica come perenne metamorfosi è più profondamente un continuo cambiamento in vista dello sviluppo integrale dell’umano.

Rocco Gumina

Il realismo sociale di Giorgio La Pira

23 Mag

11015108_563201427148902_5881274376245591495_nFra le diverse e ricche personalità che il movimento cattolico italiano ha espresso durante il Novecento, Giorgio La Pira appare – nella problematica realtà sociale e politica del dopoguerra italiano – come un narratore del realismo evangelico a favore dei poveri. Spinto dall’ascolto della Parola di Dio – soprattutto dal passo inerente il giudizio finale espresso in Matteo 25, 31-46 – si è schierato da costituente, da deputato alla Camera, da sottosegretario al Ministero del Lavoro, da sindaco di Firenze a favore degli ultimi. Recuperare la vicenda dell’impegno politico di Giorgio La Pira permette di delineare una testimonianza sul realismo sociale della visione cristiana.
Nato nel 1904 a Pozzallo in Sicilia, si trasferì a Firenze per ultimare gli studi giuridici dove, negli anni Trenta, la sua opera politica cominciò a svilupparsi – in contrapposizione al fascismo guerrafondaio e razzista – con la proposta sulla difesa dei diritti inviolabili della persona avanzata tramite la rivista Principi. Durante la seconda guerra mondiale, pian piano divenne un punto di riferimento per la cattolicità italiana. Fu coinvolto per la stesura del Codice di Camaldoli e venne invitato in qualità di relatore ai grandi convegni della FUCI e del Movimento dei Laureati Cattolici. Nel frattempo, partecipò alle riunioni di “casa Padovani” dove un gruppo di professori della Cattolica di Milano – fra questi Dossetti, Fanfani, Lazzati – riflettevano sulla ricostruzione dello Stato e della società italiana da compiere dopo il crollo del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale. Tale attività lo mise in vista e lo fece apprezzare da buona parte del mondo cattolico, tanto che fu invitato dal cardinale di Firenze Dalla Costa a candidarsi nelle fila della Democrazia Cristiana prima per la Costituente e poi come membro della Camera dei deputati. Da componente dell’Assemblea Costituente fornì un grande contributo per la stesura dei primi dodici articoli fondamentali della nuova Costituzione Italiana. Successivamente, sia come sottosegretario al Ministero del Lavoro sia come sindaco di Firenze condusse un’intensa attività politica per la piena occupazione, per il piano case, per la pace nel Mediterraneo e nel mondo. L’opera in favore della pace lo vide impegnato sino alla morte avvenuta nel 1977.
Terminata la seconda guerra mondiale, l’Italia si avviava alla ricostruzione sociale e politica. Dopo l’impegno alla costituente, La Pira divenne deputato alla Camera e sottosegretario al Ministero del Lavoro retto da Fanfani. Il più importante problema politico di quegli anni era la diffusa disoccupazione. Di fronte a questa situazione, La Pira si attivò a partire dal concetto della promozione umana così come era stata dichiarata negli articoli fondamentali della nuova Costituzione. Il governo italiano di quegli anni, retto dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, era diviso sulle modalità politiche ed economiche di affrontare la disoccupazione e in genere i problemi sociali. Da un lato c’erano i liberali guidati da Einaudi e Pella i quali puntavano alla stabilizzazione della lira, dall’altro vi erano i dossettiani – e fra questi La Pira – che sulla scia delle tesi economiche di Keynes chiedevano più investimento statale in vista di una maggiore occupazione. Nel 1950, con due articoli – intitolati L’attesa della povera gente e Difesa della povera gente – dalle colonne della rivista dossettiana Cronache sociali La Pira lanciò una mediazione fra teorie keynesiane e dottrina sociale della Chiesa in vista di una politica economica che prendesse sul serio il problema della crisi sociale. Per il costituente, il governo era chiamato a perseguire il solo obiettivo di compiere una lotta organica contro la disoccupazione e la miseria rivolta all’ottenimento del pieno impiego.
Per via della sua opera a favore della povera gente, La Pira fu attaccato da più parti. L’accusa più pesante gli arrivò dall’anziano fondatore del Partito Popolare Italiano, don Luigi Sturzo, il quale dichiarò che La Pira cercava di avverare una sorta di “statalismo della povera gente”. La risposta del sindaco non si fece attendere e si caratterizzò dall’impatto realistico, pratico, umano e solidale che ormai contraddistingueva la sua azione: «Cosa deve fare il sindaco, cioè il capo e in un certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: – scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista ma un interclassista? Con la scusa che non essendo statalista ed essendo interclassista ed anticomunista egli non ha il dovere di fermarsi e provvedere? […] Che cosa deve rispondere il sindaco di una città agli sfrattati, ai licenziati, ai disoccupati, ai miseri che si presentano – e giustamente – da lui per chiedere casa, lavoro, assistenza? Devo forse dire: sa non sono statalista, mi dispiace ho poco da fare. […] Cosa risponderà quel poveretto? Questo è un cristiano? Un sindaco? Questo è un mascalzone, un fariseo!» (G. La Pira, Lettera a don Luigi Sturzo, 1954).
Dalla testimonianza lapiriana deduciamo che l’ispirazione evangelica della sua opera politica lo spingeva ad un realismo sociale il quale non poteva che condurlo alla scelta preferenziale per i poveri. In tal modo, attraverso un’attività laica come quella della politica e nel pieno rispetto di questa dimensione, la sua esperienza si caratterizza per la narrazione e l’attuazione del Vangelo ai poveri tramite i mezzi tipici dell’amministrazione e del governo dello Stato e di un comune.

Rocco Gumina

Materialisti integrali. La dimensione sociale della pasqua per un nuovo umanesimo

15 Mar

Foto per articoloMaterialisti integrali! Questa è l’espressione con la quale Giorgio La Pira indica i cristiani che ricordano e celebrano la pasqua annuale del Cristo risorto. Senza dubbio, tale denominazione riprende – in forma di contrasto – l’ideologia marxista del partito comunista il quale era assai radicato nel popolo italiano ai tempi del “sindaco santo”. Per Giorgio La Pira, i veri materialisti sono i cristiani poiché alla luce dell’incarnazione, morte e risurrezione del maestro di Nazareth assumono la totalità creaturale, affettiva e spirituale della loro esistenza per renderla a Dio Padre per mezzo del Figlio. Così, l’espressione lapiriana ci permette di avviare una riflessione sul significato sociale, politico, culturale ed economico della pasqua.
Nel numero 177 dell’Evangelii gaudium, Papa Francesco afferma che l’annuncio del Vangelo ha una dimensione sociale: «Il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità». Da un punto di vista teologico, la dimensione sociale del Vangelo si fonda sul fatto che l’avvento di Dio con l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Cristo non si riduce alla salvezza della singola persona, ma si estende tramite quest’ultima alle relazioni affettive, sociali, culturali, politiche ed economiche ovvero ad ogni sfaccettatura dell’umano. Quindi, l’annuncio della redenzione porta all’intima connessione fra evangelizzazione e promozione umana. Annuncio che trova fondamenta e compimento nella celebrazione della pasqua del risorto la quale permette oltre alla salvezza personale anche una redenzione sociale.
Alla luce della risurrezione, la scelta dei cristiani a favore dell’umano integrale comporta l’assoluta priorità dell’uscire da sé per andare incontro al fratello. L’uscita – dalla solitudine del proprio io in vista dell’incontro con l’altro – implica la naturale conseguenza di un’esperienza religiosa non limitata all’ambito privato o all’esilio di Dio nel pubblico, come ha chiesto nelle scorse settimane il laico “furioso” Paolo Flores d’Arcais, ma essa è destinata ad occuparsi di tutto ciò che concerne la ricerca e il conseguimento del bene comune. Pertanto, a partire dalla pasqua del Cristo che ha redento tutto l’uomo, l’opzione per l’inclusione globale dell’umano è, per la chiesa, una categoria teologica prima che culturale, sociologia, politica o filosofica. Così, la celebrazione e l’annuncio del kerygma ispirano l’inclusione sociale fra gli uomini – in specie dei poveri – per i quali ogni cristiano e ogni comunità devono impegnarsi per la loro liberazione e promozione affinché possano integrarsi pienamente nella società. Si tratta, biblicamente, di ascoltare il grido dell’umanità e di accoglierlo.
Di conseguenza, i credenti sono chiamati a risolvere con responsabilità politiche, sociali, civili, economiche le cause strutturali della povertà, della scarsa inclusione sociale, del mancato riconoscimento della dignità umana per i soggetti più deboli della società. Responsabilità e azioni volte sia allo sviluppo integrale dell’uomo, sia alla promozione di una cultura che pensi nei termini della comunità e non dell’individualità.
Alla luce di questa prospettiva, la pasqua contiene un significato sociale in grado di ispirare, con il porre al centro l’uomo e la sua dignità, un nuovo umanesimo in Cristo Gesù.

Rocco Gumina

Il partito italiano: genesi, protagonisti e programmi della DC

15 Mar

Rocco con RelatoriSabato 14 marzo si è svolto a Caltanissetta il primo incontro di studio di un percorso formativo e di approfondimento sulla presenza dei cattolici in politica organizzato dal Centro Studi sulla Cooperazione “A. Cammarata” e dall’Associazione culturale “Alcide De Gasperi”. All’incontro sono intervenuti Agostino Giovagnoli – ordinario di storia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore – e Francesco Monaco – deputato alla Camera. I relatori hanno riflettuto sul lungo tratto storico della presenza nel nostro Paese della DC come “partito italiano”. Partito nato su solide radici – come l’esperienza murriana e il Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo – che ha proposto visioni politiche con ispirazioni, programmi, protagonisti e metamorfosi fino allo scioglimento avvenuto negli anni Novanta. Una vicenda partitica, sociale, culturale, economica e nazionale che ci ha consentito di riflettere anche sull’oggi della partecipazione dei cattolici in politica.
All’incontro di studio è emerso che la storia del popolo italiano, dalla sua unità politica sino ai nostri giorni, è stata sempre contraddistinta dalla presenza del cattolicesimo sociale, economico e politico che – dal non expedit sino alla fine della Democrazia Cristiana – ha segnato i risvolti più significativi delle vicende italiane. Inoltre nella storia nazionale, la fatica dei cattolici è stata quella di legare le radici evangeliche alle dinamiche politiche. In passato, e con gli uomini della DC, tale sforzo ha prodotto una costituzione, con l’accordo di tutte le forze politiche incluso il Partito Comunista Italiano, che pone al centro la dignità umana nella sua dimensione individuale e sociale. Successivamente, la riflessione sull’attività politica dei credenti ha legittimato – con le acquisizioni teologiche del Concilio Vaticano II e in particolare di Gaudium et spes – la scelta partitica plurale. Riprendere la vicenda politica, culturale e sociale della DC ci ha consentito di ripresentare il contributo dei cattolici alla democrazia italiana attraverso sia l’impegno nella Resistenza al nazi-fascismo sia l’attività di alcuni fra i più significativi leader politici del Paese come De Gasperi, Dossetti, Fanfani, Lazzati, Moro.
Difatti, se nel processo che ha condotto all’unità nazionale i cattolici sono stati “silenziati” per via della “questione romana”, nella guerra di resistenza e di liberazione dal nazi-fascismo, invece, intorno alle parrocchie e ai ceti contadini vicini al clero si è costituito un blocco sociale in grado di sostenere per lunghi mesi i combattimenti. Alla fine della guerra, questa configurazione sociale si concretizzò politicamente con la realizzazione di un partito di ispirazione cristiana come la DC in grado di prendere “il comando della situazione” e di guidare l’Italia verso la transizione democratica. La conferma di questo dato avvenne con il risultato delle elezioni del 18 aprile del 1948 che videro trionfare la DC contro il Fronte delle sinistre. Tale risultato permise l’attuazione di un programma di governo volto alla modernizzazione e alla industrializzazione della nazione, la quale nel giro di qualche decennio divenne la sesta economia per produzione della ricchezza a livello mondiale.
Altresì, nel dibattito è emerso che tornare a parlare e a riflettere sulla DC, sui suoi leader e sulle sue ispirazioni non è opera di semplice memoria di un passato non più proponibile o di ricordi e affetti personali e comunitari. Tuttavia, non è nemmeno un tentativo di ricomposizione di un nuovo soggetto partitico di ispirazione cristiana. È, invece, operazione capace di farci leggere criticamente il presente alla luce di una tradizione storica, politica, culturale che deve trovare rinnovate forme di trasmissione. Operazione che è servita a segnalare da dove proviene e dove è finito il movimento cattolico italiano che nella storia dell’Italia ha sempre dato un grande contributo. Infine, ripercorrere la vicenda della DC ci ha concesso la possibilità implicita di affermare la necessità, in quanto cattolici, di tornare all’impegno politico sia nella prospettiva del pensiero, ovvero produrre cultura politica, sia nell’ottica dell’azione in un contesto fatto di scelte plurali e di assenza di un unico contenitore partitico. Senza dubbio, la difesa della Costituzione, il legame ad una comunità e ad una progettualità che non concepisce il proprio fine nella mera conquista di posti governativi, possono essere dei validi punti di partenza per il compimento della transizione dalla Democrazia Cristiana alla democrazia dei cristiani come usava affermare Pietro Scoppola.

Rocco Gumina
Presidente Associazione culturale “Alcide De Gasperi”

Azione cattolica e azione politica per un nuovo umanesimo: il contributo dei cattolici per la ricostruzione del Paese

7 Mar

cattolici-e-politica-50f92803e13beIn Italia la presenza del cattolicesimo è consolidata tra la gente, nella scena pubblica e nell’intera società. Infatti, nonostante l’avvio da diversi decenni del processo di secolarizzazione e dell’avvento del pluralismo culturale e religioso, la diffusione e il radicamento della Chiesa cattolica risultano – ancora oggi – capillari e molto spesso apprezzati trasversalmente. Inoltre il cattolicesimo, lungo la storia italiana, ha contribuito alla modificazione della società per via della sua feconda partecipazione alle dinamiche sociali, politiche e culturali.

Nella sua grandezza e varietà di personaggi, il movimento cattolico italiano ha dato un rilevante apporto per la ricostruzione dell’Italia all’indomani della seconda guerra mondiale e della fine della dittatura fascista. L’opera culturale, sociale e politica della Chiesa e dei credenti nel Paese, ha decisamente contribuito all’edificazione di un nuovo Stato e di una rinnovata mentalità democratica. Negli anni del dopoguerra e del post fascismo, i cattolici hanno rappresentato, insieme ad altri gruppi, la spina dorsale della ricostruzione della democrazia e dell’economia italiana.

In questo frangente storico, si delineava per i credenti il progetto della “nuova cristianità” il quale doveva essere capace di superare sia il capitalismo sia il comunismo tramite la centralità della persona nell’ottica politica, giuridica, sociale ed economica. Nello stesso tempo, era molto forte il clima di consapevolezza della fede che generava da un lato la crescita delle vocazioni religiose e presbiterali dall’altro la formazione del laicato nelle associazioni da spendere successivamente in politica e in genere nella società.

In questa opera, accanto e insieme all’attività politica del partito d’ispirazione cristiana della DC – capeggiato da personaggi come De Gasperi, Piccioni, Dossetti, Fanfani – bisogna collocare l’Azione Cattolica Italiana. Questa, dal dopoguerra sino agli inizi degli anni ’60, fu guidata da Luigi Gedda il quale ricoprì tutte le più importanti cariche associative inclusa quella di presidente per più mandati.

La complessità e la ricchezza di questa figura mostrano in sintesi l’importante – e spesso problematico – rapporto fra la Chiesa italiana e il Paese. Con la sua molteplice attività di leader e di promotore dell’Azione Cattolica, Gedda, tramite numerose iniziative, si occupò degli operai, dei medici, dello sport e del turismo, della gioventù cattolica e dello spettacolo, del teatro, del cinema e della radio, di architettura, di associazionismo cattolico a livello internazionale.

La sua era una visione del mondo legata alla “riconquista cattolica” della società che, per via del comunismo e dell’iniziale laicismo misto all’anticlericalismo, non era più integralmente cristiana. Difatti, proprio gli anni della ricostruzione economica aprivano le porte in Italia alla secolarizzazione diffusasi facilmente nella società per via del benessere causato dal boom dello sviluppo industriale del Paese. Così, anche se i cattolici erano saldamente alla guida del potere politico e sociale della nazione, la Chiesa cominciava ad avvertire diverse insidie che la porteranno a cambiare strategia pastorale alla luce dello sviluppo dei tempi.

Con gli aggiornamenti stabiliti con il Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa interpretava in modo nuovo la modernità nel tentativo di segnalare e di sviluppare le ampie positività in essa presenti. Dunque, con l’assise conciliare la comunità ecclesiale aveva delineato un nuovo modo di vivere da credenti nel mondo il quale induceva a proporre un diverso legame fra cattolici e politica con il superamento del collateralismo, ma anche a formulare un’azione meno politica e più pastorale, spirituale, valoriale.

Concretamente, due grandi associazioni come l’Azione Cattolica e le ACLI formulano in questo periodo da un lato la proposta della scelta religiosa e dall’altro quella della pluralità di opzioni nella politica partitica.

La figura, l’opera e la personalità di Gedda vanno interpretate nel cono di luce teologico e politico del suo tempo. Il più volte presidente nazionale dell’Azione Cattolica crebbe in un contesto ecclesiale e socio-culturale che certamente alimentò alcuni tratti della sua indole caratterizzata da una concezione basata, sull’obbedienza alle superiori direttive e, in questa prospettiva, parlava e discuteva volentieri con chi era in sintonia con lui, ma si trovava a disagio con chi vedeva le cose diversamente.

Questa caratteristica lo portò ad assumere certe posizioni sulla prospettiva religiosa e su quella politica che spesso non trovavano riscontro e consenso in tutte le componenti associative. Altresì, Gedda era considerato da Pio XII come la guida del laicato cattolico organizzato in Italia. A conferma di ciò, il Sommo pontefice gli concesse ampia legittimazione sulle sue scelte e sui suoi propositi in realtà quasi sempre concordati fra i due. Il desiderio del capo della cattolicità era quello di avere un maggior numero di laici a schiera, a difesa e a sostegno dei loro pastori nella battaglia contro il social-comunismo.

Su questo punto, Gedda fu esecutore scrupoloso delle direttive papali. Infatti, nel decennio della sua presenza più influente nell’Azione Cattolica – che va dal 1949 al 1959 – il numero dei tesserati dell’associazione crebbe di più di un milione, mentre quello dei gruppi parrocchiali di quasi trentamila unità. Tali dati, però, non devono indurci a pensare all’Azione Cattolica come ad un blocco monolitico a sostegno di Gedda.

In realtà, i giovani della FUCI e del Movimento dei Laureati molto spesso non condivisero le posizioni geddiane di grande ampliamento associativo a scapito del percorso formativo. Altra dovuta contestualizzazione per intendere al meglio la personalità e l’attività di Gedda è quella dell’ecclesiologia del tempo che presentava la comunità dei credenti come una società giuridicamente perfetta la quale si opponeva alla sua relativizzazione sullo scenario sociale in quanto depositaria dell’unica verità.

In questo contesto, il senso di obbedienza, di disciplina, di crociata, di riconquista della società erano i presupposti del fedele laico inteso più come soldato di Cristo che come suo discepolo.

Sui rapporti fra azione cattolica e azione politica, il cattolicesimo italiano dell’epoca proponeva due modelli a confronto. Questi erano impersonati da Luigi Gedda da un lato e da Giuseppe Lazzati dall’altro. I due si conobbero giovanissimi nelle file dell’Azione Cattolica e quasi da subito mostrarono diverse sensibilità teologiche, spirituali e di cultura politica.

Infatti, se Gedda avanzava un’idea e un sistema associativo piramidale e di massa attorno ai vescovi e soprattutto intorno al romano pontefice; Lazzati, invece, sottolineava l’importanza delle peculiarità territoriali, settoriali (studenti, lavoratori, laureati) e di formazione-selezione sia spirituale sia culturale alla luce della chiamata all’apostolato.

L’apice pubblico dello scontro fra le diverse concezioni teologiche e spirituali del cattolicesimo avvenne in vista delle elezioni del 1948, quando Gedda – da vicepresidente nazionale e plenipotenziario dell’Azione Cattolica – fondò i Comitati Civici radicati tra le forze associative e parrocchiali a sostegno della DC e contro il blocco social-comunista. A tale iniziativa, richiesta e sostenuta fortemente da Pio XII, rispose Lazzati con il famoso articolo intitolato “Azione cattolica e azione politica” apparso sulla rivista della tendenza dossettiana “Cronache sociali”.

In questo scritto, il professore della Cattolica di Milano riportava il pensiero del filosofo francese Maritain sulla distinzione fra il piano dell’azione cattolica – svolta su mandato della gerarchia ecclesiale – e quello dell’azione politica, realizzata dai credenti alla luce della propria responsabilità, e, pertanto, a titolo personale. Tale impostazione, per Lazzati, evitava di far incorrere i membri dell’Azione Cattolica in una frapposizione fra l’impegno dell’apostolato e quello della politica.

Nondimeno, il volume su Gedda curato da Ernesto Preziosi ci invita a riflettere su un rinnovato impegno dei credenti fra azione cattolica e azione politica in vista di un nuovo umanesimo in Cristo Gesù. L’impegno per una cittadinanza attiva e responsabile dei cattolici, va condotto offrendo un peculiare contributo alla città dell’uomo che generi quello che i vescovi italiani, in preparazione al 5° Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, chiamano il “di più”.

Il cono di luce per interpretare il paradossale “di più” della cittadinanza cristiana può essere individuato nel numero 55 della costituzione pastorale Gaudium et spes che afferma: «In tutto il mondo si sviluppa sempre più il senso dell’autonomia e della responsabilità, cosa che è di somma importanza per la maturità spirituale e morale dell’umanità. Ciò appare ancor più chiaramente se teniamo presente l’unificazione del mondo e il compito che ci impone di costruire un mondo migliore nella verità e nella giustizia.

In tal modo siamo testimoni della nascita di un nuovo umanesimo, in cui l’uomo si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia». Per il Concilio Vaticano II, il compito dei credenti è quello di costruire un mondo migliore nella verità e nella giustizia attraverso una responsabilità verso i fratelli e per la storia. Così si è testimoni di un nuovo umanesimo, non prodotto esclusivamente dal cristianesimo e dai cristiani, ma visto sorgere anche con il contributo dei credenti impegnati da cristiani in una società plurale con responsabilità politiche, educative, istituzionali. Inoltre, il numero 55 della Gaudium et spes annuncia implicitamente la caratteristica tipica della cittadinanza dei cristiani che è quella della paradossalità.

La qualità paradossale dell’impegno per la città e per l’uomo da parte dei credenti è presentata nei capitoli V e VI dell’anonimo scritto A Diogneto. Per tale opera, i cristiani non si differenziano dagli altri uomini per lingua, per costumi o per genere di vita singolare, ma abitando città greche e barbare mostrano la meravigliosa e veramente paradossale modalità della loro cittadinanza.

I cristiani, pertanto, pur non separandosi dagli altri uomini e ubbidendo alle leggi stabilite le superano con il loro mirabile tenore di vita caratterizzato dalle opposte ma complementari esigenze dell’incarnazione e della trascendenza. Questa cittadinanza dei credenti ha un valore sostanzialmente teologico e non solo sociologico, antropologico, filosofico o psicologico. Dunque il paradossale “di più” dei credenti, derivato dall’ascolto della Parola di Dio e dalla sequela al maestro di Nazareth, deve indurci a vivere e proporre una cittadinanza sia come responsabilità verso i fratelli e verso la storia sia in qualità di mezzo per la ricerca della verità e della giustizia tramite l’impegno educativo e politico.

Tale “di più” manifesta la differenza della cittadinanza dei cristiani che può inverarsi nella proposta di porre a centro l’uomo in quanto persona in relazione alla comunità. Solo attraverso simile cono di luce possiamo intendere l’eccedenza manifesta, ovvero il paradossale “di più” della cittadinanza cristiana utile al nostro Paese per intercettare i problemi del tempo, per dialogare in una società plurale e per immaginare soluzioni nuove per tempi nuovi. Realizzare ciò significa avanzare una verace testimonianza per la nascita di un umanesimo concreto, plurale e integrale.

Nei documenti preparatori per Firenze 2015 si afferma anzitutto che il cattolicesimo è chiamato a superare l’aspetto disumanizzante della società contemporanea caratterizzata troppo spesso dalle derive materialistiche e individualistiche. Questa missione interpella i credenti in qualità di cittadini di una comunità plurale. Inoltre, l’aspetto problematico e disumanizzante si diffonde in ogni settore sociale e deve essere interpretato dai credenti con gli occhi della fede.

Di conseguenza emerge, in Cristo Gesù, un nuovo umanesimo plurale capace di mettere al centro ogni possibile sfaccettatura dell’umano. Così, la pluralità della comprensione e della promozione del nuovo umanesimo in Cristo Gesù, invita i credenti a delineare un impegno concreto per la promozione integrale dell’umano attraverso l’attenta conoscenza del contesto culturale, l’impegno educativo diffuso e il condividere gomito a gomito la vita con tutti gli altri uomini. Da questa prospettiva, affiora la paradossalità della cittadinanza cristiana contrassegnata dalla fedeltà integrale del credente sia alla terra sia al cielo.

Lo studio, la riscoperta e la presentazione delle personalità del movimento cattolico italiano – come Gedda – che hanno contribuito alla ricostruzione del Paese tramite l’impegno nell’azione cattolica e nell’azione politica, stimolano l’attuale contesto ecclesiale sia a rileggere la storia nella prospettiva teologica nella quale il fine direttamente o indirettamente è la tensione a Dio, sia a riconoscere l’importanza della pluralità di metodi, di posizioni e di proposte socio-politiche che i cattolici possono elaborare per la città dell’uomo.

Rocco Gumina