Galleggiare “ruvolianum est”, perseverare è da Partito Democratico

18 Feb


La campagna elettorale del 2014 – che ha portato Giovanni Ruvolo alla guida del comune di Caltanissetta – si basava su di un’espressione abbastanza ambiziosa legata al ritorno della primavera politica, sociale ed economica del territorio nisseno. Il frutto più bello di quella proposta era il modello partecipativo-deliberativo di conduzione amministrativa. Associazioni, comitati di quartiere, partiti, movimenti, singoli cittadini hanno creduto in quell’interessante progetto capace, almeno in teoria, di rianimare un contesto asfittico. All’indomani delle ultime mancate deliberazioni del consiglio comunale in merito alla partecipazione della città nella conduzione delle dinamiche governative, occorre una sintesi al fine di comprendere con chiarezza le questioni.
Se è vero che persino il frutto più bello della primavera tanto annunciata dal ruvolismo è miseramente appassito, il progetto dell’Alleanza per la città è ormai per sempre sepolto. Chi insiste alla guida dell’amministrazione cittadina – Giovanni Ruvolo e tutti coloro che per un motivo o per un altro gli offrono una mano con l’adesione ad un progetto che non esiste più – sono assolutamente responsabili di un galleggiamento politico che non fa il bene della comunità nissena.
I recenti vagiti apparsi sulla stampa dei residuali e marginali consiglieri comunali legati a doppio filo a Ruvolo, ricordano l’immagine biblica del peccato originale. In quell’icona senza tempo, dinanzi alla trasgressione del progetto divino, gli uomini procedono verso una reciproca deresponsabilizzazione che afferma la scelta alquanto immatura del sostenere che la colpa, anche delle proprie inadeguatezze, è degli altri.
In quest’analisi non possiamo dimenticare un passaggio riflessivo sul Partito Democratico nisseno. Gruppo politico che alle scorse elezioni comunali non ha avuto la forza, il coraggio e il progetto per avanzare un proprio candidato, il PD ha sostenuto l’ascesa ruvoliana in tutto e per tutto. I voti, i consiglieri comunali, gli assessori del Partito Democratico sono confluiti nell’Alleanza per la Città. Il fallimento della primavera nissena annunciata da Ruvolo è anche la sconfitta politica del Partito Democratico nisseno. Non cogliere questo, significa non assumersi le responsabilità amministrative pubblicamente riconoscibili dai cittadini di Caltanissetta. Per tali motivi, sembra davvero irragionevole la recente nota pubblica del PD nisseno sul fallimento della democrazia partecipata e, quindi, di Ruvolo. A mio parere, bisogna ricordare ai “democratici” elettivi del PD, per i quali la democrazia è legata al rispetto delle gerarchie che calano dall’alto assi e assetti da digerire previa qualche scomposta protesta, che furono loro a sostenere la democrazia partecipata promossa da Ruvolo. Non ragionare su questo, non assumersi le responsabilità, significa ritenere come del tutto insignificanti i passaggi politici consumati dallo stesso gruppo dirigente. Va precisato che alla luce della selezione dei candidati per la Camera e per il Senato, il Partito Democratico di tutta la penisola rivela la sua vera identità slegata da ogni forma di partecipazione ma, a Caltanissetta, i cittadini ormai hanno inteso che il PD locale è solo una comunità in attesa di farsi trainare dal carro vincente di turno. Qualche anno fa fu la democrazia partecipata, e quindi Ruvolo, fra qualche mese chissà cosa. Insomma un partito incapace di proporre e di essere da sé carro trainante e di infiltrarsi, per mero opportunismo politico, negli altrui progetti. Pertanto, è del tutto inutile il perbenismo moralista di alcune note pubblicate sulla stampa per scongiurare l’adesione di politici locali i quali, in assenza di un vero rinnovamento, possono trainare il carro targato PD.
Infine, bisogna tornare a riflettere sul progetto della partecipazione deliberativa all’amministrazione della città. Qualche mese addietro, Marina Castiglione – protagonista dei primi passi della giunta Ruvolo e poi messa da parte insieme a Piero Cavaleri e a Boris Pastorello per una squadra assessoriale più politica e meno civica – in un’intervista affermava: «il progetto resta valido a prescindere dalle persone». Questa convinzione la ritengo veritiera nella misura in cui un nuovo aggregante politico possa intestarsi e avanzare con credibilità un percorso che dalle piccole dimensioni dell’amministrazione cittadina possa esprimere e garantire più città.

Rocco Gumina
Presidente Associazione culturale “Alcide De Gasperi”

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“Nel mondo non c’è altra società universale…” L’orizzonte ecclesiologico di mons. Mario Sturzo

15 Feb

(Segnalo una riflessione della prof.ssa Giuseppina Sansone sul terzo Convegno di Studi su Mons. Mario Sturzo, in vista della presentazione, il prossimo 9 marzo, del volume “Civismo e politica in Mario Sturzo” – Studi del Centro A. Cammarata, Sciascia Editore).

Nei giorni 20 e 21 ottobre si è svolto il terzo Convegno di studi su Mons. Mario Sturzo, fratello maggiore del ben noto don Luigi, fondatore del Partito Popolare Italiano. Si è articolato in due momenti, il primo a Piazza Armerina, sede della diocesi di cui fu vescovo per 38 anni (1903-1941); il secondo a Caltagirone, sua città natale. Al Convegno hanno partecipato l’arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi, il vescovo di Piazza Armerina, mons. Rosario Gisana, e il vescovo di Caltagirone, mons. Calogero Peri. L’incontro si è posto in continuità con i due precedenti, entrambi svolti a Piazza Armerina, sui temi: Mario Sturzo Pastore ed educatore. La sua attenzione alla persona e alla famiglia (2013); Implicazioni sociali e politiche nel pensiero di Mario Sturzo. Attualità del suo insegnamento (2014), e di cui sono già stati pubblicati gli atti.
Questo evento si è inserito nel quadro di un progetto di ricerca, avviato a Piazza Armerina, in concomitanza all’apertura della causa di beatificazione e di canonizzazione dell’illustre presule (18 aprile 2013). Progetto che, oltre la disamina di un’imponente documentazione non ancora interamente esplorata e studiata, prevede appunto alcuni convegni di studio, tendenti a sviscerare, di volta in volta, uno dei tanti aspetti del pensiero e dell’opera di M. Sturzo. La ricerca si è orientata su un versante prevalentemente ecclesiologico-pastorale, con l’intento di rilevare, con una certa oculatezza, il suo pensiero sull’essere e la vita della Chiesa, onde metterne a punto gli aspetti di maggiore interesse, con le relative implicazioni pratiche, fino a coglierne possibili suggestioni per l’approfondimento oggi.
Le due giornate di studio si sono aperte con il contributo di Rosario La Delfa, il cui titolo, “La vita di corpo per la vita dello Spirito”. La chiesa tra il compito dell’attuazione sociale del cristianesimo e l’essere l’unico luogo della vita interiore, annunzia già la direzione verso cui l’autore si è orientato: mostrare come una oculata rivisitazione del pensiero di M. Sturzo sulla chiesa aiuti a superare il pericolo di una giustapposizione tra le due dimensioni storica e interiore della Chiesa stessa. E ciò a vantaggio, non solo dell’ecclesiologia, ma anche della pastorale. Dopo alcune interessanti premesse sul contesto ecclesiologico in cui il scrisse ed operò, mediante un efficace percorso metodologico, si è approdati alla sua concezione unitaria della chiesa: M. Sturzo non pensava ad una chiesa suddivisa tra le dimensioni storica e interiore. La vedeva piuttosto consistere in una tensione che si genera tra l’essere dono principiante la crescita cristiana e termine ultimo della sua aspirazione; e dunque in quella tensione escatologica la cui dinamica può comprendersi solo all’interno della determinazione cristocentrica della spiritualità cristiana. La sua concezione di Chiesa si propone allora, non nei termini della societas perfecta, ma della società universale; nella necessità di contemperare l’elemento esteriore e storico della chiesa, ravvisabile nell’azione apostolica, con cui viene preparato l’uomo e il suo ambiente, con quello interiore della grazia, che gli giunge mediante la sua esistenza ecclesiale.
Collegandosi al contributo precedente, Eugenio Guccione si è occupato del rapporto tra la Chiesa e la società civile in Mario Sturzo. Ha chiarito che nel teorico del neosintetismo, tramite le Lettere Pastorali e la corrispondenza avuta con il fratello, non senza difficoltà, è possibile individuare un’idea di «società civile», che risente della sua formazione aristotelico-tomista. Mons. Sturzo, ammetteva, infatti, che la comunità umana, fin dalle origini, per natura, sentisse l’esigenza di riconoscere un’autorità, darsi delle regole di comportamento e dunque costituirsi in una «società civile». Successivamente, ha posto in luce un’idea di Chiesa in relazione alla società civile, che appare evidente e coerente in tutta la produzione di questo vescovo: in quanto istituzione terrena, la Chiesa fa parte della comunità umana, che si articola in diverse forme sociali; in quanto istituzione divina, si pone al culmine di tutte le forme sociali. E, sull’esempio di Cristo e dei santi, è chiamata a trasformare in bene il male esistente nella società civile, per orientarla verso la santità. Nonostante la difficile situazione del tempo, che limitava la sua libertà personale, il presule restò sostanzialmente ancorato a un progetto di Chiesa missionaria, di una chiesa aperta, misticamente tendente a realizzare l’ideale evangelico di un solo ovile sotto un solo pastore, nell’unità della fede.
Francesco Lomanto, preside della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, ha partecipato con un contributo, dal titolo Mario Sturzo e il ministero presbiterale nella vita della Chiesa. Con un costante riferimento al magistero teologico- spirituale e alla sua azione pastorale, da cui si evince una grande attenzione alla figura del presbitero, ha mostrato come, nel ministero del grande vescovo e nel suo insegnamento, emergano tre particolari corrispondenze: il concetto di sacerdozio e l’ideale del seminario; l’identità del presbitero e l’adattabilità della sua missione alla realtà sociale e culturale del tempo; la santificazione personale e la finalità della missione presbiterale, cioè la santificazione delle anime e la restaurazione cristiana della società. Proponendo la santità come fondamento del multiforme impegno apostolico, mons. Sturzo orientava verso una maggiore integrazione della spiritualità con la pastorale. E ciò perché convinto che la santificazione personale del presbitero rendesse più credibile la sua parola e più fecondo il suo apostolato, rendendo ragione della sua specifica presenza nel sociale.
A seguire, mediante la presentazione critica di alcuni passaggi delle principali lettere pastorali di mons. Sturzo, Francesco Brancato si è addentrato in un tema quanto mai prezioso dell’economia del pensiero e del ministero pastorale: “La vocazione al cielo e le vocazioni”. Lo stato laicale come via alla perfezione cristiana. L’analisi critica degli interventi magisteriali del vescovo consente, infatti, di approfondire questioni teologico-pastorali di grande interesse, come: vocazioni, santità, impegno nel mondo, rapporto laici-clero, apostolato ed altro ancora.
Luca Crapanzano, basandosi specialmente sugli atti del “Primo Congresso della Parrocchialità”, voluto da Mario Sturzo nel 1937, ha parlato del modo come l’illustre vescovo concepiva la comunità parrocchiale. Ciò a partire da una sua espressione molto significativa: la parrocchia è «ciò che la chiesa è in grande, cioè la piccola Gerusalemme terrena che conduce le anime alla Gerusalemme celeste». Inoltre avvalendosi dei contributi dei partecipanti a quel Congresso, si è pure evidenziata la sensibilità dell’epoca circa alcuni aspetti della vita parrocchiale, quali: l’associazionismo, l’impegno dei laici, le opere caritative e quant’altro. Nel mentre, si è delineata l’idea di un parroco come segno visibile di comunione, ma anche come responsabile e padre di tutte le famiglie che fanno parte della parrocchia.
Il tema della santità, che con accenti diversi ha attraversato un po’ tutte le relazioni del convegno, è diventato centrale nell’ultima sezione. Luigi Borriello è intervenuto con un contributo dal titolo: La santità della e nella chiesa. Mons. Mario Sturzo, espressione di una vocazione alla santità. Inizialmente, ha riflettuto sulla santità ecclesiale, quale caratteristica riconosciuta alla chiesa e a tutti i suoi membri fin dalle comunità primitive, e posta in evidenza nei documenti del Concilio Vaticano II, in cui si parla di vocazione universale alla santità. Ha poi mostrato come, su questo punto, M. Sturzo abbia preceduto il Concilio. Già nel 1935, infatti, nella lettera pastorale intitolata La santità nell’itinerario dell’anima a Dio, scriveva che santo e tutto il popolo dei veri cristiani. «una corrente storica non tutta storicizzata, una corrente unica, perché la santità è una, in fondo sempre la stessa, nelle forme sempre più varia». La santità della chiesa è santità sociale e individuale, che ha avuto inizio con gli apostoli, che ha generato nuovi santi e continuerà a generarne «con la stessa fecondità, con la stessa ansia di perfezione, con lo stesso ardore di purificazione e di unione con Dio fino alla fine dei secoli».
Con mons. Michele Pennisi si è visto che la santità fu l’ideale di tutta la vita di M. Sturzo. Questi concepiva il proprio ministero come attuazione di un compito di educazione alla santità, che si realizza mediante i tradizionali esercizi devozionali, da coniugare con un rinnovato modello di pastoralità. Auspicava infatti nuovi sacerdoti, cresciuti e formati in un ambiente idoneo al vivere civile, in grado di divenire maestri di vita spirituale e di santità, senza distogliere l’attenzione dai problemi del tempo. Vedeva coincidere la santità con una formazione umana, in cui l’attenzione alla “relazione” e al “dialogo” sottende una vivace preoccupazione pedagogica, che si situa nell’esplicito orizzonte dell’esperienza della fede cristiana. Il grande vescovo considerava dunque la santità come la via per attuare l’opera redentrice di Cristo, che implica un processo di conversione, contemporaneamente teologico, psicologico, filosofico e ascetico. Convinto della necessità del passaggio dalla filosofia alla vita spirituale attraverso l’educazione, paragonava l’educatore al santo con una vita spirituale molto avanzata. Per lui, la vita spirituale e la santità sono un fatto storico con delle conseguenze pedagogiche ed educative, che si riflettono in un cristianesimo vissuto all’interno della chiesa.
Il motivo della santità trova riscontro anche nelle orazioni composte da M. Sturzo, i lavori si sono perciò conclusi con un intervento in tal senso. Giuseppina Sansone inizialmente, ha ricordato come, nel suo ministero sacerdotale, la preghiera abbia avuto un posto preminente, tanto da connotare tutta la sua attività pastorale. Nel suo scritto La vita in Dio considerava infatti la preghiera «come l’esercizio fondamentale della vita cristiana, che deve investire di sé tutti gli altri esercizi», e in Suggerimenti sul modo di fare l’orazione, indicava la preghiera del cuore come la via per «diventar santi nel senso più pieno della parola». Ha indirizzato poi l’attenzione sulla raccolta Visite e Letture. Questa include diverse composizioni, interamente in versi, destinate alla gente comune, alla quale, secondo la prassi del tempo, ma con uno stile molto personale, l’autore intendeva trasmettere le verità fondamentali del cristianesimo in una forma poetica e rimata, e dunque attraente e facile da ricordare. In questo contesto, se da un lato si è notato che buona parte dei contenuti possano facilmente riscontrarsi in altri testi del tempo; dall’altro è emerso come gli stessi contenuti siano ripresentati con uno stile sicuramente più coinvolgente e suggestivo. L’originalità delle composizioni consiste, allora, non tanto nell’intento di catechizzare tutti i fedeli mediante orazioni e letture, quanto nella loro capacità di aprire la strada verso un’intensa esperienza di preghiera. – Il convegno si è concluso con una interessante visita guidata ai luoghi sturziani, a cura di Francesco Failla.

GIUSEPPINA SANSONE

“Stare in mezzo ai giovani”. Appunti sulla centralità della scuola

26 Gen

Una vera educazione non può essere inculcata a forza dal di fuori;
essa deve invece aiutare a trarre spontaneamente alla superficie
i tesori di saggezza nascosti sul fondo.
(R. Tagore)

Nei giorni scorsi, i media nazionali hanno presentato alcuni episodi che riguardano la scuola italiana. Dalla violenza inflitta da due genitori ad un insegnante di Avola, agli abusi commessi da un docente di un liceo romano verso un’alunna minorenne, sino al fenomeno – ormai diffusissimo anche sui banchi – delle baby gang, possiamo notare che l’odierna realtà del mondo della scuola ingloba una serie di problematiche sociali, educative e di sicurezza che nel recente passato erano, probabilmente, impensabili. Al di là della riflessione sulle molteplici e parziali riforme che la politica, dall’alto della sua autorità, ha cercato di realizzare per la scuola, bisogna centrare la discussione sulla più grande agenzia educativa della società intorno ad alcuni requisiti valoriali e prepolitici.
Di recente, è stato pubblicato un volumetto – dal titolo abbastanza significativo di Imparare ad imparare (Marcianum press, 2017) – che raccoglie alcuni discorsi di Papa Francesco sull’educazione. Dal testo si evince che per il vescovo di Roma, quattro sono le fondamenta su cui tornare a pensare il mondo della scuola: l’educazione inclusiva; la centralità dell’istituzione scolastica; la relazione allievo-docente; l’apporto delle famiglie.

Educazione inclusiva:
Secondo Francesco, l’educazione diventa inclusiva perché: «tutti hanno un posto; inclusiva anche umanamente. Il patto educativo è stato rotto per il fenomeno dell’esclusione». Si tratta di una prospettiva che pone nella relazione educativa il valore di ciascuno come priorità e, a partire da ciò, la diffusione delle conoscenze. Per far questo, il metodo non può più rispondere ai modelli educativi del passato, bensì bisogna creare nuove pratiche, anche informali e d’emergenza, pur nel rispetto dell’istituzione e dei ruoli di ciascuno. La generazione di nuovi approcci educativi passa anche dal rischio ragionevole che il docente deve correre per avviare una riforma a partire dai piccoli contesti, dal basso.

La centralità dell’istituzione scolastica:
A parere del Papa, la scuola è un luogo d’incontro nel cammino della vita poiché: «si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie. È un luogo d’incontro. E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per camminare insieme». L’istituzione scolastica è, allora, la prima società e la famiglia grande che il giovane incrocia per imparare a vivere e, dunque, divenire adulto. Per raggiungere la maturità, gli allievi, oltre ad apprendere le conoscenze delle varie discipline comuni e d’indirizzo, devono imparare il bene, il bello e il vero al fine di amare la vita e contribuire allo sviluppo della comunità d’appartenenza oltre che di se stessi.

La relazione allievo-docente:
Per il vescovo di Roma, educare non è un mestiere ma: «un atteggiamento, un modo d’essere; per educare bisogna uscire da se stessi e stare in mezzo ai giovani, accompagnarli nelle tappe della loro crescita mettendosi al loro fianco». La relazione fra studenti e insegnanti non può essere pensata e costruita secondo meccanismi legati semplicemente all’apprendimento degli uni e al mestiere degli altri. Occorre, invece, una modalità d’essere, anzitutto per i docenti, che lasci trasparire – in ogni questione affrontata – l’importanza del possedere una coscienza libera, del valore del confronto e della collegialità per giungere ad una scelta, di un atteggiamento aperto alla messa in discussione del proprio sapere e, pertanto, ad imparare.

L’apporto delle famiglie:
I fatti di cronaca che hanno portato alla ribalta nazionale il tema della scuola, confermano quanto sostenuto da Francesco: «Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto, e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca». La spaccatura in corso fra la scuola e la famiglia, drammaticamente mostrata nelle violenze verbali e talvolta fisiche che spesso i docenti subiscono dai genitori o dai medesimi alunni, ci mostra chiaramente come gli adulti, siano essi insegnanti o genitori, devono tornare dall’esilio educativo nel quale sono piombati. Solo insieme, la famiglia e la scuola, possono rispondere all’emergenza educativa in atto tornando a costruire i ponti del dialogo e della fiducia reciproca fatti di ascolto, proposta e comprensione.

“La politica non è tutto”, specialmente per la scuola:
La politica italiana negli ultimi decenni ha sfornato un numero impressionante di riforme, parziali o apparentemente globali, sulla scuola superato solo da quello dei governi che si sono via via succeduti. È noto a tutti, che parte dell’instabilità dell’istituzione scolastica in Italia sia dovuto ad un agire politico spesso incapace di cogliere le reali urgenze. Tuttavia, proprio la dolorosissima cronaca di questi giorni ci invita a riflettere sull’impegno che dalla comunità – cioè dalle famiglie, dagli insegnanti e dalla società – può arrivare su valori come l’educazione inclusiva, la centralità della scuola, la relazione fra docenti, alunni e famiglie. Insomma, la vera riforma della scuola è destinata a costituirsi dal basso – come del resto avviene per ogni grande e reale cambiamento – cioè da coloro che ogni giorno in un modo o in un altro operano a favore della scuola e perciò dei giovani, delle famiglie e degli insegnanti. Dall’alto, la politica e le sue innumerevoli riforme non potranno mai avviare quei processi umani, valoriali, relazionali impossibili da applicare per legge ma in grado di svilupparsi solo tramite la relazione io-tu.

Rocco Gumina

“Conosco un Paese diverso”. Spunti politici per l’Italia che verrà

1 Gen

La riflessione che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato agli italiani in occasione della conclusione del 2017 è ricca di spunti e di questioni le quali non possono che fermentare delle positività per la nostra comunità nazionale. In particolar modo, penso che siano quattro i temi chiave proposti da Mattarella nel suo messaggio augurale: 1) il primato della politica nella guida dei processi di cambiamento in atto; 2) l’attualità e il valore della memoria storica; 3) il riferimento costante alla costituzione; 4) il richiamo al senso di responsabilità sia per i cittadini sia per i rappresentanti delle istituzioni.

1) Il primato della politica nella guida dei processi di cambiamento in atto:
Per il Presidente della Repubblica: «L’autentica missione della politica consiste proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità (quelle legate ai cambiamenti sociali, economici, culturali in atto) guidando i processi di mutamento». Tramite queste parole, Mattarella richiama il ruolo fondamentale che la politica è destinata a ricoprire in ogni tempo. Un compito che nessun’altra dimensione del sociale può sostituire. Così, la politica ha un primato – dovuto alla sua capacità di sintetizzare i fenomeni sociali, economici, culturali – che deve esercitare per poter dare una visione e una progettualità al cammino delle comunità umane attraverso la ricerca del bene comune. Solo in tal modo, per il Presidente, si può rendere: «più giusta e sostenibile la stagione che si apre».

2) L’attualità e il valore della memoria storica:
Per Mattarella, talvolta corriamo il rischio: «di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell’Europa». Come ha affermato nel suo discorso, il ricordo della fine della prima guerra mondiale – di cui ricorre il centenario nel 2018 – è un’occasione per rammentare il cammino che nel corso di più di un secolo la nostra nazione ha compiuto. Non sempre, infatti, l’Italia ha goduto di un regime democratico e di periodi di lunga pace. Le conquiste ottenute con il sacrificio di intere generazioni di italiani, vanno ricordate non per un mero esercizio nozionistico ma per una rilevanza sull’attualità. Ritrovare il senso della partecipazione democratica a partire dalla storia italiana, sembra essere la via – a parere di Mattarella – per risignificare l’impegno politico e la partecipazione al voto.

3) Il riferimento costante alla Costituzione:
Secondo il Presidente, oltre al valore della memoria, la “cassetta degli attrezzi” per la riscoperta dell’importanza della politica e dell’impegno in questa è la nostra costituzione la quale ci indica: «la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita». È molto significativo il richiamo di Mattarella alla nostra carta fondamentale in tempi in cui taluni pensatori propongono una rivisitazione del testo a partire da una visione liberale sganciata da ogni valore relazionale, comunitario e, dunque, realmente politico. La “casa comune” degli italiani è il pilastro portante della nostra vita democratica poiché possiede un patrimonio di valori, di principi, di regole nel quale tutti debbono ritrovarsi.

4) Il richiamo al senso di responsabilità sia per i cittadini sia per i rappresentanti delle istituzioni:
Infine, Sergio Mattarella ci invita a guardare la realtà profonda del nostro Paese non identificata dal risentimento e dallo scontro continuo bensì da un popolo diverso: «in larga misura generoso e solidale […] tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle». A parere del presidente, ciascun membro del popolo italiano – in particolar modo chi ricopre ruoli istituzionali – è invitato ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti della Repubblica.

“Essere nel giusto è troppo poco”. Pensieri politici dal caso Sicilia

31 Ott

Certo essere nel giusto è troppo poco
(Italo Calvino)

Dalla Sicilia, l’Italia
Il prossimo 5 novembre, in Sicilia, si svolgeranno le elezioni regionali. Sin dal duro scontro fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, l’esito politico delle votazioni siciliane ha influenzato le logiche e i movimenti partitici di scala nazionale. Sembrerebbe che il risultato della corsa per la guida di una delle regioni più importanti d’Italia, possa ancora oggi condizionare la politica nazionale che si appresta, all’inizio del prossimo anno, alle elezioni per il rinnovo dei membri del parlamento e, quindi, del presidente del Consiglio. Lungi dal voler entrare nell’agone politico, neppure indirettamente, ritengo che la tornata elettorale siciliana sia un’occasione di riflessione per interpretare lo stato attuale della politica italiana.

La responsabilità è di tutti
Amerigo, il protagonista del romanzo La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, entrato in una personalissima riflessione in merito alle elezioni politiche degli anni Cinquanta diceva a se stesso: «Certo essere nel giusto è troppo poco». L’espressione calviniana invita a riconsiderare l’atteggiamento di quanti, tanti ormai, nel ritenersi in una situazione personale, lavorativa e sociale di “giustezza” si disinteressano della politica caratterizzata da difficili, altalenanti e incomprensibili processi. L’atteggiamento, diffusissimo fra i giovani e gli adulti, di disinteresse per le dinamiche politiche, partitiche, istituzionali, associative lascia terreno a quanti in questi ultimi decenni hanno cannibalizzato la cosa pubblica tramite un’attività assai distinta e distante da quella necessaria per la ricerca del bene comune. In Sicilia, come nel resto del nostro Paese, il distacco tra i cittadini e la politica è palesemente confermato dalla scarsissima affluenza alle urne. Da questa situazione possiamo trarre alcune verità concatenate tra loro. Infatti, se la politica ha subito negli ultimi anni un processo di involuzione e se i cittadini sono sempre più distanti dalla politica è anche vero che la responsabilità di quanto avvenuto in passato e di quello che potrà mutare in futuro è nelle mani di tutti.

Un pizzico di realismo
Chiunque abbia un po’ di esperienza umana, sociale, istituzionale sa benissimo che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate e, pertanto, non possono essere richiesti, progettati e attesi da un giorno all’altro. Questo sano realismo è evidente a molti e, spesso, genera una visione pessimistica della realtà quasi come se quest’ultima non possa trovare reali e durature vie di riforma. Tuttavia, interpretare la situazione nella sua interezza significa inglobare nei dinamismi prolungati e faticosi di riforma anche una sorta di ottimismo senza il quale verrebbe meno la possibilità di immaginare e di progettare un futuro diverso. Storicamente – e in qualsiasi conteso culturale, politico o religioso – le istituzioni hanno la tendenza a preservare se stesse e la propria rilevanza sociale. Pertanto, l’ottimismo profetico è destinato a trovare la sua genesi dal basso dell’attività dei cittadini. Questi – consapevoli che la degenerazione delle pratiche politiche è responsabilità tanto dei politicanti quanto dei distanti – sono chiamati a riscoprire l’inestimabile valore della politicità dei singoli e delle comunità.

Ripartire dalla passione per la politica
La qualità del dibattito politico messa in scena in vista dell’elezione del presidente della Regione siciliana e i movimenti che hanno condotto alla formazione delle liste dei candidati al ruolo di deputato regionale, dimostrano, qualora occorressero altre prove, il livello miserevole nel quale è piombata l’attività politica in Italia. Più che il boom economico, all’indomani della seconda guerra mondiale fu la passione di cittadini ricchi e poveri, democristiani e comunisti a risollevare il nostro Paese. Un pullulare di idee, di giornali politici, di eventi formativi, di proposte legislative, di visioni del mondo, di slancio volontario mise in moto un meccanismo capace di cambiare radicalmente il volto sociale della nostra penisola. La lezione che ci proviene dalla storia ci dice che ancor prima dei grandi leader o delle maggioranze parlamentari stabili, la nostra comunità nazionale ha bisogno di tornare a nutrire la passione per la politica.

Rocco Gumina

Giustizia. Un’esigenza fondamentale

18 Ott

Una nuova politica al “risveglio della storia”
Secondo diversi studiosi – ma anche a parere del cittadino comune – ci troviamo in un’epoca di grandi mutamenti, tanto da far prefigurare un vero e proprio risveglio della storia, ai quali necessita come nutrimento essenziale una prospettiva ideale capace di generare nuove visioni del mondo. Globalizzazione, tecnologia, lavoro, finanza, welfare, sicurezza, migrazioni sono tematiche fondamentali che in ogni campagna elettorale, in qualsiasi dibattito televisivo e in qualunque convegno tematico emergono in tutta la loro problematicità. Politici e studiosi, cittadini e movimenti, avanzano di volta in volta strategie destinate, a parer loro, a riformare energicamente e radicalmente l’attuale contesto. Lo sconquasso, ad ogni livello e tensione, della politica spinge, o almeno dovrebbe, verso una visione unitaria e semplice della realtà. Tale visione, ancor prima di calcolare gli aspetti tecnico-scientifici e produttivi, è orientata a riconsiderare, in vista della riforma della politica, il principio della giustizia sociale in grado di garantire agli uomini un’autentica libertà.

La giustizia poggia sulla carità
La giustizia risulta fra i temi centrali della rivelazione biblica. Il cammino di liberazione del popolo ebraico e, in Cristo Gesù, dell’intera umanità trova nella concretizzazione della giustizia terrena un fondamento insostituibile per una perenne attenzione verso le situazioni di povertà e di privazione. La tensione a favore di una maggiore equità nei dinamismi della convivenza umana si presenta come una sorta di dialogo fra il Dio liberatore e l’umanità oppressa. Infatti, la risposta che il popolo deve dare all’azione liberatrice di Dio è la costruzione di una convivenza fondata sulla giustizia come condizione per la realizzazione della piena comunione interumana. Da questo dialogo, possiamo notare come la giustizia poggi sulla carità divina la quale permette la fondazione, per il tramite della condivisione dei beni del creato da parte dell’uomo, di una società effettivamente reciproca e relazionale. Allora, la giustizia sociale può fondarsi solo su una verità trascendente, cioè sul riconoscimento della dignità trascendente della persona umana.

La dimensione politica della giustizia
Al numero 73 della costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II si afferma che: «Per instaurare una vita politica veramente umana non c’è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia». L’invito conciliare a coltivare il valore fondante della giustizia ha una portata politica poiché l’obiettivo di una società fondata sull’equità è il bene comune. Bisogna precisare, però, che senza l’affermazione e il rispetto di regole di condotta configurate sul modello di una comunità umana orientata alla promozione del bene condiviso, dietro l’angolo può insinuarsi il prevalere della forza sulla giustizia e dell’arbitrio sul diritto. Difatti, una parte importante della giustizia sociale dipende dal modo con cui ci vediamo e ci parliamo l’uno dell’altro. Tuttavia, oltre ad una opportuna disposizione, abbiamo bisogno di leggi buone. L’opera di sostegno per l’attuazione di una politica radicata sulla fondamentale esigenza della giustizia apre ad una logica nuova che, secondo papa Francesco, non è più rinviabile: «Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia» (Laudato si’, n. 159).

A sostegno dell’etica civile
Questa concezione della giustizia non appare come un arbitro imparziale, ma come un lottatore che si schiera a sostegno, in ogni possibile contestualizzazione, sia della dignità umana sia della tutela dell’ambiente. In tal modo, si riformula una teoria e una pratica della giustizia che reinterpretano i diritti e la dignità umana come dimensioni riconosciute e garantite da una politica volta al bene comune. Di fatto, come riporta il terzo articolo della Costituzione italiana, è compito delle istituzioni politiche assicurare a tutti i cittadini lo sviluppo delle personali capacità da mettere in circolo all’interno della società. Porre la giustizia come un’esigenza fondamentale significa suggerire una prospettiva di etica civile nella quale ciascun uomo ha diritto di essere riconosciuto dai singoli e dalle istituzioni.

Rocco Gumina

“Come ponti levatoi”. La vocazione, sempre nuova, dei cristiani in politica

17 Set

Per la Gaudium et spes, i cristiani sono chiamati a prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica al fine di dedicarsi con responsabilità alla ricerca, insieme a tutti gli altri uomini, del bene comune. Per i discepoli del Cristo, l’operazione volta al raggiungimento della consapevolezza della particolare vocazione nell’ambito politico trova il suo cominciamento nella capacità di discernere. Quest’ultima impone l’atteggiamento dell’ascolto poiché Dio stesso si rivolge ai credenti come a soggetti capaci di ascoltarlo. L’ascolto conduce a comprendere la propria identità cristiana come una vocazione diaconale da mettere a servizio della comunità umana e politica. Così, la peculiarità della proposta della Gaudium et spes consiste nella capacità di innestare la “vocazione cristiana” sulla “vocazione umana”.
La cittadinanza e l’impegno politico dei cristiani si poggiano su un atto di fede il quale, nell’odierno frangente di crisi sistemica, si propone un’opera di discernimento dei segni dei tempi attraverso sia il rifiuto dell’opzione di ritirarsi nella nicchia della vita privata sia la capacità di resistenza dinanzi allo sfaldamento di ogni legame politico. Allora, la particolare vocazione dei cristiani nella comunità politica punta, per il tramite dell’esercizio della responsabilità e della ricerca del bene comune, alla trasformazione del mondo. Si tratta, dunque, non di una visione religiosa dove vi è coincidenza fra valori cristiani e istanze capitalistico-borghesi, bensì di un’ispirazione capace di aprire nuove prospettive ovvero, un modo nuovo – e biblicamente fondato – di abitare la città. La prerogativa dell’abitare la città in modo nuovo esclude ogni possibile dualismo fra fede e storia ma, per il tramite di una mistica degli occhi aperti, si apre all’assunzione piena della concretezza umana e, dunque, della politica.
L’odierno contesto chiede a chi si pone alla sequela di Cristo di tornare a pensare con un’intelligenza illuminata dalla fede al fine di generare profili identitari forti ma non rocciosi, sicuri ma non integralisti. Difatti, per Luigi Bobba, non abbiamo bisogno di: «identità reattive (muro contro muro) ma di identità assertive e flessibili (come ponti levatoi) che si alzano e si abbassano a seconda delle circostanze». Su questa scia si lega la necessità di ridimensionare il fattore politica poiché questa appartiene alle realtà penultime. Così, se non esiste una politica della verità, l’azione dei cristiani è destinata a orientarsi – tramite l’introduzione di un “relativismo cristiano” – verso la ricerca nella società di tutti i fattori positivi e di speranza che possano delineare una politica più umana. Senza divenire i fautori di una religione civile, i cristiani sono interpellati anche dall’urgenza di ricostruire il legame interrotto tra etica e politica per ricollegare la cittadinanza all’interesse verso l’impegno attivo nei territori di appartenenza. Inoltre, i credenti possono contribuire alla riforma della politica attraverso la proposizione di una visione che non riduce la sfera del politico all’esclusiva tecnicalità o all’insensata e frettolosa ricerca di risultati “concreti” in grado di realizzare “tutto e subito”. Quindi, va affrontato un serio discorso sulle basi culturali che precedono e seguono un impegno politico destinato ad individuare la sua priorità nel rianimare la democrazia attraverso una cittadinanza responsabile. Allora, ai cristiani spetta il duplice compito di alfabetizzare alla partecipazione politica e, di conseguenza, produrre una cultura politica evangelicamente fondata poiché ad essere povero oggi è il pensiero politico ispirato cristianamente.
Prendere consapevolezza della vocazione, sempre nuova, dei cattolici in politica permette di riconsiderare tutta una serie di spunti che trovano una convergenza unitaria nell’atto di raffigurare la vita del credente all’interno della città come quella dell’anima nel mondo. Così, l’attività di animazione culturale, sociale, economica, morale e politica dei cristiani oltre ad essere una responsabilità per quest’ultimi è anche un’esigenza implicitamente richiesta dal mondo. Insomma, si tratta di “un di più” specifico che solo i credenti, per il tramite del loro peculiare sguardo sul mondo, possono mettere in campo.

Rocco Gumina