Includere vecchie e nuove povertà

27 Apr

I poveri sono umani esattamente come coloro che hanno più soldi.
Non possono vivere solo di sussistenza.
Desiderano rilassarsi e divertirsi proprio come tutti.
Ma possono farlo solo tagliando su cose molto essenziali per il benessere fisico.
E allora tagliano.
(Rowntree, 1937)

Un recente studio della sociologa Chiara Saraceno – Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi (Feltrinelli, 2015) – evidenzia, tramite una rigorosa indagine, quanto sia rilevante l’emergenza della povertà nelle società occidentali e, in particolar modo, in Italia. Questa condizione di privazione individuale e comunitaria è diffusa tanto nel moderno Nord quanto nell’arretrato Mezzogiorno e certamente – da un punto di vista morale – l’estensione della povertà non è dovuta all’aumento dei “fannulloni” nella popolazione nazionale. Piuttosto, si tratta di ataviche falle del sistema capitalistico che, adesso e in modo energico, presentano il conto. In realtà, la crisi economica ha sì fatto crescere il numero dei poveri, ma la povertà – nei paesi ricchi – è un dato strutturale mai residuale. Per di più, lo sviluppo economico di marca capitalista non ha mai realizzato la promessa di cancellare definitivamente la povertà e, in un contesto di competizione fra gli Stati e di grandi flussi migratori, questo obbiettivo sembra volutamente oscurato.
I numeri sono davvero impietosi. Infatti negli ultimi anni – quelli successivi all’avvio della crisi economica internazionale – è cresciuto, e di molto, il numero di persone che si rivolgono alle mense per i poveri e alle banche alimentari. Tuttavia, rispetto alla condizione dei poveri di inizio Novecento, l’odierna qualità della vita è senza dubbio superiore per via di un sistema capitalistico misto regolato da una legislazione statale tesa alla ricerca di una maggiore giustizia sociale. Bisogna precisare che il concetto attuale di povertà non riguarda soltanto le mancanze alimentari ma anche abitative, sociali, culturali, professionali. Difatti, anche per chi ha un posto di lavoro stabile è faticoso arrivare a fine mese per assicurarsi servizi – università per i figli, spese mediche – ritenuti come fondamentali nella nostra società.
Al di là della situazione dei singoli – che va presa in carico con opportune iniziative politiche e sociali come quelle a sostegno della famiglia che mancano quasi totalmente nel nostro Paese – la questione della diffusione e della presenza strutturale della povertà in Occidente è da considerare un fattore di rischio e di opportunità per le nostre malconce democrazie. Di rischio, poiché dinanzi alla privazione permanente di beni di prima necessità i cittadini tendono ad eludere ogni forma di politicità; di opportunità perché l’inclusione sociale dei poveri potrebbe riavviare un sistema sia politico sia economico bisognoso di nuove vie per argomentare e costruire il futuro.
La recente protesta – intrapresa da diverse compagini politiche, sociali, culturali, imprenditoriali, territoriali – arricchita da una raccolta di firme orientata ad impedire la nascita di un Centro di accoglienza straordinario (CAS) a Caltanissetta, deve indurci ad una riflessione legata alla questione della povertà. Se il fenomeno dell’immigrazione è inarrestabile e se la presenza nel nostro territorio di migranti – i quali possiedono i diritti umani riconosciuti dalle varie carte dell’ONU – garantisce opportunità lavorative e quasi totale assenza di problematiche legate alla sicurezza, perché nessuna forza sociale laica o cattolica ha avanzato un percorso riflessivo di inclusione? Nei giorni scorsi, pare che nella cittadina nissena sia andato in onda un lungo ed estenuante talk show televisivo mirante all’aumento della logica di chiusura dinanzi ad un futuro che avviene in modo inarrestabile. Davanti al mutamento dei paradigmi culturali, sociali, economici e politici una società vigile è chiamata ad uno sforzo più grande: includere vecchie e nuove povertà affinché diventino opportunità di sviluppo.

Rocco Gumina

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