Una via per il cattolicesimo italiano

27 Apr

Se limitassimo l’effetto della recente visita di papa Francesco a Milano al grande successo in termini di partecipazione e di rilevanza mediatica perderemmo la reale portata e l’effettiva sostanza dell’evento. A mio parere, le poche ore passate dal vescovo di Roma nella capitale finanziaria italiana – dense di gesti e discorsi – possono segnare un momento assai significativo per il cattolicesimo, e per la Chiesa, in Italia. Infatti, la presenza e le riflessioni di Francesco nella giornata lombarda sembrano mostrare una possibile via per vivere da credenti in una società ricca e parimenti complessa come quella italiana. Da questo punto di vista, il contesto milanese, sia in termini di risorse sia nella prospettiva delle criticità, sintetizza abbastanza bene la realtà sociale del nostro Paese. Dalle parole pronunciate dal papa durante la permanenza nella diocesi che annovera fra i vescovi del passato Ambrogio nell’antichità e Martini nella contemporaneità, possiamo declinare un itinerario per una rinnovata presenza dei cattolici in Italia fondato su quattro punti di riferimento.

Andare incontro
L’impegno della comunità credente è quello di andare incontro alla gente, alle famiglie, ai poveri poiché il cristiano non è colui che punta o resta nei centri istituzionali e sociali del potere bensì mira alle periferie. In quest’attività, il fedele è chiamato a ricordare che il cambiamento e, dunque, la conversione non è frutto delle opere umane ma del dono da parte del Signore della vita. Per il cattolicesimo italiano, che per molto tempo è stato vicino ai centri di potere, l’andare incontro significa liberarsi dai legacci e dagli appesantimenti che talvolta hanno intorpidito un servizio volto all’autentica liberazione dell’uomo e non al mantenimento del potere e dell’influenza sulla società.

La sfida della complessità
In un tempo caratterizzato da un lato dalla speculazione sulla vita umana in ogni sua declinazione dall’altro sulla complessità sociale dovuta alla pluralità etnica, religiosa e valoriale, il cattolicesimo italiano non può lasciarsi prendere dallo smarrimento ma deve accettare e affrontare la sfida che gli pone la tarda modernità. Per Francesco, difatti: «Non dobbiamo temere le sfide, questo sia chiaro. Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, le sfide. È bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti» (Discorso ai sacerdoti e ai consacrati presso il Duomo di Milano). Inoltre, per comprendere il livello di difficoltà delle sfide attuali e per sostenerle con maggiore serenità, occorre un’attenta e capillare formazione ecclesiale al discernimento che rimanda ad un esercizio sapienziale in grado sia di scegliere fra l’opportuno e l’inutile sia di cogliere le positività da ogni situazione.

Una pedagogia della liberazione
Nell’epoca dell’assenza delle grandi narrazioni di senso tipiche del passato, la comunità ecclesiale è invitata alla cura delle giovani generazioni che rischiano di perdersi nel flusso continuo e liquido dell’eterno presente caratteristico dei social network. Questa cura può esprimersi attraverso una pedagogia della liberazione umana che, secondo Francesco, deve essere basata sulla proposta educativa del pensare-sentire-fare, cioè: «un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani, i tre linguaggi. Educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani, i ragazzi, le ragazze possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e sentono. Non separare le tre cose, ma tutt’e tre insieme» (Discorso ai ragazzi cresimati presso lo Stadio San Siro). Tale proposta educativa non può che generare un rifiuto per ogni forma di violenza verso l’altro che, durante il periodo adolescenziale, trova forma nel bullismo per poi manifestarsi e svilupparsi, in età adulta, nelle forme più o meno organizzate di criminalità e di corruzione.

L’impossibile che si fa storia
Nonostante la crisi sociale, politica, economica e morale che colpisce in maniera sempre più marcata tanto il continente europeo quanto il nostro Paese, la missione dei credenti nel mondo è legata all’annunzio della speranza e della gioia evangelica. Tramite il cono di luce della fede, molti processi destinati alla promozione dell’uomo – a scuola, nelle istituzioni, nella città – permettono di farci intravedere l’impossibile che si fa storia poiché, a parere del vescovo di Roma: «quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà» (Omelia durante la messa al Parco di Monza). Simile prospettiva induce i cristiani ad essere uomini generatori di senso all’interno delle nostre società prive sempre più di ogni rimando alla dimensione simbolica e trascendente.

Queste quattro coordinate, dedotte dai discorsi di Francesco durante la visita pastorale alla diocesi di Milano, costituiscono una parte essenziale della via che il cattolicesimo italiano è destinato ad attraversare nei prossimi decenni. La Chiesa in Italia, in tutte le sue componenti e pluralità, deve interpretare il magistero di un papa venuto dall’altra parte del mondo per guidare la cattolicità, anche quella occidentale, nel III millennio credente.

Rocco Gumina

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