“Elevare il povero a un livello superiore” Il nuovo umanesimo di don Milani

11 Giu

Ma non vedremo sbocciare dei santi
finché non ci saremo costruiti dei giovani
che vibrino di dolore e di fede
pensando all’ingiustizia sociale
(Lorenzo Milani, Esperienze pastorali)

Il 26 giugno del 1967 moriva don Lorenzo Milani. A cinquant’anni di distanza da quell’evento, possiamo constatare che la sua opera educativa e la sua testimonianza umana risuonano da più parti ora come esempio da seguire, ora come mito da invocare o screditare. Senza alcun dubbio, a partire dalla questione educativo-formativa, la lezione milaniana offre una visione integrale dei processi umani, e perciò sociali e politici, che nel panorama culturale odierno possiede da un lato un’indubbia attualità dall’altro un’efficace carica profetica. Per rileggere l’integralità del suo pensiero, non possiamo trascurare che secondo il priore di Barbiana la fede non era un’aggiunta artificiale alla vita bensì un «modo di pensare e di vivere» destinato, anzitutto, ad un’attività incessante di umanizzazione dell’uomo. In tal modo, si può affermare che la sua proposta scolastica destinata agli esclusi – e quindi ai poveri della società italiana degli anni Cinquanta – pur limitata negli anni e superata dai diversi cambiamenti sociali dei decenni successi, si conserva come metodo valido per il nostro tempo. Un metodo che, a mio parere, si poggia su tre capisaldi: il primato dell’essere; il dominio della parola; la valenza politica dell’educazione.

Il primato dell’essere
La proposta educativa di don Milani non può essere ridotta ad una tecnica da applicare né, tantomeno, a norme da seguire. Infatti, per il sacerdote toscano, la prima preoccupazione dell’educatore non coincide con l’elaborazione di un progetto formativo bensì con la prospettiva di «come bisogna essere per fare scuola». A parere del priore, il primato dell’essere è destinato a condurre i formatori ad una scelta che corrisponde con lo schierarsi a favore dei poveri affinché possano elevare la loro condizione sociale, economica e politica attraverso la cultura. Per far ciò, l’adulto non può affidarsi all’esclusiva potenza della parola e dei discorsi ma è chiamato a vivere quello che propone poiché nella nostra epoca «nessuno si fida più di nulla che non sia vissuto prima che detto». Inoltre, il primato dell’essere sul fare mira a modellare, tanto gli allievi quanto gli insegnanti, verso il raggiungimento di coscienze mature, coerenti e responsabili; si avviano, così, processi educativi destinati a generare soggetti capaci di non avere paura di «restare isolati» poiché animati da «idee chiare, dalla gioia di vivere e di combattere».

Il dominio della parola
L’incessante attività educativa di don Milani era essenzialmente orientata al raggiungimento, per i suoi allievi, del dominio della parola. Difatti, secondo il sacerdote toscano, la parola è «la chiave fatata che apre ogni porta» la quale risulta necessaria per la vita di ogni uomo sia questi medico, avvocato, contadino o sindacalista. Nella visione milaniana, le ingiustizie sociali sono provocate dalla disparità fra coloro che possiedono la parola e quelli che ne sono sprovvisti. Quindi, l’opera volta all’ottenimento del dominio della parola, oltre ad avere valore educativo, esprime un rilevante significato sociale e politico per la costruzione di dinamiche realmente democratiche ed egualitarie. In definitiva, per il priore di Barbiana, il dominio della parola raffigura per l’uomo la possibilità di prendere consapevolezza della sua esistenza – e dei diritti-doveri che ne conseguono – al fine di promuoverla, tutelarla ed estenderla.

La valenza politica dell’educazione
Il processo educativo avviato da don Milani, nato per la scolarizzazione degli esclusi, ha avuto come finalità l’emancipazione degli strati sociali oppressi e sfruttati. Di fatto, nell’esperimento di Barbiana, la politica è imparata, vissuta e costruita attraverso il dialogo, la competenza e la passione per la costituzione di una comunità dal volto umano dove tutti possono divenire protagonisti. In questi termini, il cono di luce milaniano anticipa e approfondisce quanto affermato da papa Francesco ai movimenti popolari nel 2015: «Il futuro dell’umanità non è soltanto nelle mani dei grandi leaders, delle grandi potenze, delle élites, è soprattutto nelle mani dei popoli, nella loro capacità di organizzarsi». Così, nell’epoca della crisi della democrazia, la peculiare idea educativa del priore di Barbiana assume una valenza politica destinata a fornire elementi di riforma volti a ridisegnare la partecipazione civica.

I tre capisaldi del metodo milaniano delineano un umanesimo che da un lato riconosce il povero con le sue attese e dall’altro lo rende soggetto della propria storia. Un nuovo umanesimo che ritiene la ricerca della giustizia sociale come un’esigenza umana e cristiana dalla quale non si può prescindere. In una civiltà occidentale che vede crescere sempre più la distanza fra i ricchi e i poveri, il nuovo umanesimo di don Milani mantiene un vigore profetico e una densità di prospettive ancora da sviluppare interamente.

Rocco Gumina

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