La crisi del dialogo

24 Ago

Il 2010 è finito con i ricordi più belli della mia vita.
Spero che il 2011 sia molto meglio.
Ho così tanti desideri per il 2011, spero si realizzino.
Per favore, Dio, stammi vicino e fa’ che tutto si avveri.
(Mariam Fekry, uccisa nel 2010 in un attentato terroristico in Egitto)

L’attentato di Barcellona è l’ennesima ferita che il disumano terrorismo procura ad uno dei cuori pulsanti dell’Europa. Dopo gli attentati di Londra, di Madrid, di Parigi, di Berlino il vecchio continente sembra iniziare a convivere con un fenomeno che, nonostante il crescente affermarsi delle strategie politiche volte ad una maggiore sicurezza, si presenta come pericolo non del tutto evitabile. Inoltre, la calda estate italiana ci propone alcuni avvenimenti – di gravità assai diversa e minore rispetto agli esiti nefasti delle pazzie terroristiche – che possono indurci ad una paziente e necessaria riflessione sul valore e sull’attualità del dialogo all’interno del nostro modello socio-culturale. Dalle considerazioni propagandistiche di buona parte del centrodestra sulla proposta di legge circa lo Ius soli, alla vicenda del giovane senegalese aggredito in spiaggia nel cagliaritano da un gruppo di campani e difeso dai bagnini, senza dimenticare la coppia di giovanissimi calabresi che a Rimini picchia, deruba e offende con insulti razzisti una donna di colore in avanzato stato di gravidanza e la polemica sul lavoro svolto dalle ONG per la salvezza di migliaia di persone nel Mediterraneo; da tutto ciò, traiamo rilevanti elementi per affermare che oggi la cultura del dialogo è in crisi.
Spesso scambiata per buonismo, la cultura del dialogo – in una stagione in cui prevale il discredito della politica, delle ideologie, delle utopie e delle religioni – è chiamata a fare i conti con questioni come il terrorismo globale, l’islamofobia, la cristianofobia, il ritorno delle guerre di religione. In questo orizzonte, l’altro non è qualcuno da accogliere bensì colui che, nell’invadere la quotidianità, genera timore. Tuttavia, come affermava qualche anno fa Walter Kasper, il dialogo è un’espressione della struttura intima dell’esistenza umana e della percezione della verità. Quindi, anche in un’epoca di crisi, non si può fare a meno di riflettere sulla forza positiva del dialogo purché questo non si riduca alla semplice espressione di coccole verbali o ad entusiastici quanto irrilevanti abbracci mediatici. Nell’era della globalizzazione culturale, commerciale e comunicativa l’uomo, per via del suo profilo planetario, non può rassegnarsi al tramonto dell’alterità e alla morte del prossimo. Difatti, non esiste alternativa al dialogo. Semmai, il dibattito interessa le modalità operative da attuare negli itinerari culturali, istituzionali, civili, religiosi e familiari destinati ad educare al dialogo.
In quest’attività, le diverse religioni e le varie confessioni cristiane sono invitate a dare un contributo rilevante. Ciò è necessario per tentare di fare chiarezza sulle diverse, e non sempre positive, declinazioni del divino avanzate nella postmodernità. Sul tema, infatti, si prefigura un’autentica Babele poiché si va dal Dio che giustifica la guerra preventiva di Bush a quello meticcio e indeterminato di Obama; dal jihad terroristico e sacrilego di Abu Bakr al-Baghdadi al Dio di San Francesco d’Assisi esaltato, persino assumendone il nome, dall’attuale vescovo di Roma e capo della cattolicità. Probabilmente un impegno comune delle religioni, tanto a livello istituzionale quanto a livello territoriale e popolare, volto a mostrare il volto mite di un Dio che desidera la prosperità armonica degli uomini potrebbe risultare il migliore antidoto alla degenerazione mortifera del religioso generata dal fondamentalismo.
Per alimentarsi, la cultura del dialogo ha bisogno di un principio fondante: la speranza. Qualche ora prima della sua morte causata da un attentato terroristico in una chiesa copta di Alessandria d’Egitto, la giovane Mariam Fekri scriveva su Facebook una preghiera a Dio: «Ho così tanti desideri per il 2011, spero si realizzino. Per favore, Dio, stammi vicino e fa’ che tutto si avveri». Mariam metteva le attese della sua vita nelle mani del Dio della speranza. L’unica via percorribile per isolare definitivamente i profeti di una falsa divinità capace di produrre solo morte, distruzione e caos.

Rocco Gumina

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