Archivio | Uncategorized RSS feed for this section

NUOVO SITO

3 Giu

VISITA il sito http://www.roccogumina.it/

Annunci

Lo strano caso dei renziani nisseni

25 Ott

RenziIl congresso nazionale del partito democratico è alle porte. Grande il fermento, forte la preparazione. Ormai da mesi e mesi si discute della celebrazione di tale evento che molto probabilmente consegnerà i posti di comando ad una nuova corrente sulla quale molti sono saliti come su di un carro, a quanto si dice vincente. Il confronto democratico nel partito è preparato dai congressi locali. Anche in questi contesti i renziani di tutta Italia stanno cercando di ottenere quanto chiedono da tempo: la possibilità di dare un nuovo volto al soggetto politico nato per riformare l’Italia e fin adesso bloccato dalle lotte interne e dall’interesse più per Berlusconi che per una reale proposta politica. Il tentativo dei giovani rampanti è legittimo, interessante e a mio parere positivo nella misura in cui esso possa realmente portare un contributo all’asfittica politica del Paese. Insomma i renziani in ogni dove sono chiamati a giocarsela per rappresentare quello che realmente affermano da qualche tempo. E probabilmente riusciranno nel loro intento poiché per adesso il vento in poppa è tutto per loro. Solo dopo aver gestito il potere dovranno confrontarsi con i limiti evidenti di ogni realtà e pertanto rispondere in verità del loro operato per il cambiamento. Infatti, per adesso il loro gioco è assai facile, come lo è stato quello di Grillo qualche tempo fa. Ma aspettiamo prima di valutare. Intanto, però, assai strano pare il caso dei renziani nisseni. Poiché se essi legittimamente da tempo affermano di voler mutare le geometrie politiche provinciali del PD, adesso ne hanno l’opportunità con il congresso locale. Essa è il momento storico e franco per misurarsi e per far vedere agli altri che il movimento ha un reale peso in provincia anche se solo di minoranza. Si dirà, in modo altrettanto legittimo, che nei congressi locali bisogna mostrare e ricercare l’unità del partito. Ciò è comprensibile. Non molto, però, per quanti si sono presentati alla ribalta con la voglia e la forza per il cambiamento a quanto pare solamente annunciato. Infatti, non basta sostenere Renzi nella prospettiva nazionale (dove per Renzi intendiamo una proposta politica innovativa), ma il partito va costruito anzitutto sul locale. Basterà accordarsi con le altre correnti provinciali per cambiare il partito? Questa domanda pare opportuno rivolgerla ai renziani nisseni. Il gioco democratico e di gestione del potere ha le sue regole all’interno dei soggetti partitici, qui nessuno vuol discuterlo con presupposti idealistici. Ma quello che deve far riflettere la corrente dei renziani nisseni, a mio parere, è questo punto: vale più l’accordo con gli altri per gestire una parte di qualcosa, oppure pesa maggiormente una proposta franca e solitaria in vista della buona politica anche se con un risultato che li collocherebbe in minoranza? Infatti non si comprenderebbe il motivo per il quale si realizza un accordo con “i soliti noti” quando li si è duramente, e a mio giudizio giustamente, criticati nel recente passato. Adesso che si ha la possibilità di pesarsi realmente sul territorio si sposano metodi criticati sino a qualche istante fa? Anche questa domanda pare opportuno rivolgerla ai renziani nisseni i quali dovranno rispondere dello “strano caso” che hanno messo in atto nella nostra provincia. Probabilmente tale trama costruita in terre nissene non sarà l’unica. Chissà in quante altre provincie si avanzerà questa proposta di problematica unità. Ma allora gli italiani, e dunque anche i nisseni, dovrebbero chiedersi: ma cosa c’è di nuovo sotto il sole della politica italiana oltre al nome di Renzi?

Rocco Gumina

La “Luce della Fede” come sguardo pieno sul mondo

21 Lug

imagesIl 29 giugno scorso è stata presentata l’enciclica Lumen Fidei. L’ultima di Benedetto XVI e la prima di Francesco. Il testo scritto a “quattro mani” e naturalmente firmato dal papa argentino, mostra in maniera evidente la qualità della relazione tra il papa emerito e il nuovo vescovo di Roma. Un rapporto, al di là della dimensione personale, fatto di continuità nell’umiltà, nella chiarezza, nella presa ferma delle responsabilità e di rimando delle azioni da operare. Un legame che ci richiama ai fondamenti del viver da uomini e da credenti con consapevolezza e maturità. Un’enciclica che partendo da questi presupposti viene indirizzata, a parer mio, a tutti i laici credenti e non come quando i primi grandi scrittori cristiani all’alba della cattolicità componevano le loro opere. Un testo che proprio per tali finalità, sembrerebbe una sorta di introduzione – ma allo stesso tempo approfondimento – sul nodo centrale per il cristianesimo e di richiamo per ogni altra credenza: la fede.

Con linguaggio semplice e concetti chiari l’enciclica affronta, così, il vulnus per ogni esistenza credente, per ogni uomo apparso sulla faccia della terra: il vedere oltre l’evidente; il sapere oltre il saputo; l’essere conosciuti al di là di se stessi. In sintesi, la relazione comunitaria e personale con Dio. Il vedere e il discernere il mondo e la storia da una posizione diversa da quella solamente umana, eppure radicalmente e profondamente legata all’uomo con il Maestro di Nazareth.

Il testo ovviamente sviluppa il tema in questione alla luce della visione cristiana del Dio Trinità rivelatosi pienamente in Cristo Gesù. E compie questo con l’utilizzo sapiente della Parola di Dio, della Bibbia che interpella e chiama per nome chiunque sia pronto e voglia ascoltarne il messaggio. Esso non è mai facile da interpretare. A partire, come ci ricorda l’enciclica al numero 19, dal rifiuto da parte di Paolo di giustificare se stessi con le opere, come fanno i farisei, piuttosto che con la fede. Infatti è Dio che agisce, vede, ci interpella nelle nostre profondità nascoste di cui non siamo neanche coscienti, e spetta a noi tendare faticosamente nella storia di ogni giorno una risposta flebile, disordinata, incostante come quando il bimbo comincia a lallare.

Anche se discontinua, manchevole e incerta la fede permette al credente la visione del mondo pienamente in Cristo, come ci ricorda il testo con il riferimento a Romano Guardini. La fede così è un modo nuovo di vedere se stessi, gli altri, le cose. Infatti, l’adesione alla Parola del Signore non estingue sofferenze, prove e dolori e non moltiplica le gioie ma fa vedere, sentire e vivere tutto ciò in un modo radicalmente diverso e nuovo, da convertiti, da uomini nuovi pur rimanendo tali e quali agli altri.

Al numero 24 dell’enciclica si ricorda il legame necessario e vitale tra fede e verità. Verità da intendere non come oggetto a propria disposizione, magari racchiuso dentro un palmo e da utilizzare contro chi non crede; bensì come fatica e dono in perenne accoglienza, movimento, cammino e perciò in divenire. La verità legata alla fede non rende padroni del mondo e degli uomini, ma servi di essi in linea con la sequela Christi. Fede e verità le quali nascono dalla visione di qualcosa o meglio di qualcuno come capita a Giovanni che “Vide e credette” (Gv 20, 8) e a Maria Maddalena “Ho visto il Signore” (Gv 20, 14).

Inoltre, come opportunamente precisa il numero 34 dell’enciclica, la fede non può mai essere intesa come esclusiva realtà intima ed individuale. Poiché essa non può far altro che aprire alla dimensione relazionale anzitutto nel riconoscere il Dio della salvezza e dunque anche i fratelli nella fede e tutta quanta l’umanità insieme al creato. Per tali motivi la fede ha “statutariamente” necessità di una dimensione pubblica con la quale operare verso una città affidabile come si ricorda al numero 50.

La luce della fede, pertanto, è in grado di consentire uno sguardo pieno sul mondo. Questo è da intendere senza nessuna pretesa imperialista e/o esclusivista (di conquista e/o emarginazione nei confronti di chi non crede) ma come possibilità per via dell’accoglienza di una proposta capace di dare non la risposta ma un senso, il senso agli interrogativi che gli uomini in ogni epoca, spazio e situazione si pongono. Tale enciclica, dunque, si offre a noi come perfetta sintesi del magistero di Benedetto XVI e lucido proposito per il ministero petrino di Francesco.

 

Rocco Gumina

Giuseppe Lazzati: sentinella nella notte

16 Lug

lazzatiIl 5 luglio scorso, Papa Francesco con apposito decreto ha riconosciuto le virtù eroiche del Servo di Dio Giuseppe Lazzati. È certamente un passo importante in vista dell’approvazione canonica – ovvero accettata e proposta come da esempio per l’intera Chiesa cattolica sparsa nel mondo – della santità di questa esperienza. È altresì un segnale molto rilevante perché la comunità dei credenti in Cristo riconosce l’imitazione di stati di vita legati a scelte e a vicende che in pieno sono addentrate nella storia degli uomini come quelle politiche, culturali e sociali in genere. La storia di Giuseppe Lazzati è una di esse. Egli è stato: docente universitario; dirigente dell’Azione Cattolica; prigioniero in un campo di concentramento nazista; padre costituente – insieme a Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani e molti altri – all’indomani del secondo conflitto mondiale; rettore per molti anni della più importante istituzione universitaria cattolica quella del “Sacro Cuore” di Milano; animatore spirituale, culturale e politico di tante generazioni di giovani italiani. Fu anche fondatore di un istituto di laici consacrati nel e per il mondo denominato “Cristo Re”.

Credo che il ricordo, qualche anno dopo la morte di Lazzati, di un suo grande amico, Giuseppe Dossetti, possa esserci utile per ben identificare la qualità tutta umana e cristiana del personaggio in questione. Per Dossetti, infatti, la vicenda di Lazzati va inquadrata come quella di una sentinella nella notte la quale non cerca rimedi esteriori o facili all’oscurità, ma desidera invece trasformarsi interiormente in vista di un volgersi positivo al Signore della vita, alla storia, alla comunità umana tutta.

In un tempo in cui le Istituzioni vengono volgarmente e disumanamente ferite da comportamenti, parole e scelte per nulla inclini al bene comune e alla promozione umana, la sentinella Lazzati ha molto da dirci. Insieme al gruppo dei “professorini” della costituente fondò e animò la rivista “Cronache Sociali” che presentava e realizzava un volto maturo e responsabile dei cattolici impegnati in politica. Questi non erano più semplici ripetitori dei proclami sulla dottrina sociale della Chiesa della gerarchia ecclesiastica, ma protagonisti con proprie responsabilità della tecnicalità politica, economica e giuridica necessaria per passare dagli enunciati alla fattività concreta che tale dimensione umana richiede.

Fu diffusore in Italia del pensiero politico di Maritain, fondamentale per capire da laici impegnati nel temporale la distinzione tra azione cattolica e azione politica. La prima realizzata “in quanto cristiano”, ovvero per un apostolato diretto mosso in collaborazione con i ministri ordinati; la seconda “da cristiano” con personali responsabilità nella vita partitico – politica. Sempre con i “professorini” sostanziò un’ideale alternativo della DC rispetto a quello di De Gasperi. Un partito che fosse in grado di discutere con i comunisti non su questioni di propaganda, ma di merito; un soggetto partitico capace di trasformare l’adesione della massa italiana alla democrazia, in un maturo e consapevole discernimento civico – politico; una DC che mettesse al centro l’uomo con le sue dinamiche storiche, culturali e politiche.

Un’altra lezione di Lazzati fu quella convinzione presente in lui che la politica non è tutto. Infatti dopo l’allontanamento dalla DC di Dossetti, egli preferì tornare a dedicarsi allo studio e alla formazione delle future generazioni. Un’opzione che risulterebbe utile nel nostro tempo per far intendere a molti la transitorietà del politico. Come anche di sicura validità e positività sarebbe ancor oggi la sua opzione per una proposta dei cattolici in politica strutturata e fondata culturalmente e non abbandonata alla provvisorietà e alla mediocrità del pensare alla prossime elezioni più che al futuro di una presenza e del Paese.

Coloro che si ritengono eredi di una tale esperienza politica, sociale e culturale devono anzitutto fare i conti con la radicalità dell’essere sentinella per i nostri tempi che Lazzati ha pienamente espresso con la sua esistenza. Il riconoscimento pubblico della Chiesa cattolica delle virtù eroiche di questo protagonista del XX secolo, spinge i laici credenti a considerare seriamente il fatto che anche all’interno della realtà politico – partitica si può e si deve seguire la via del Maestro di Nazareth. Un’esigenza difficile. L’unica in grado di far luce nella notte.      

Rocco Gumina

Una riflessione di Massimo Naro sulla nuova enciclica Lumen fidei

12 Lug

 

imagesLa firma in calce è una sola, quella di papa Francesco. E l’uso diretto e per niente cerimonioso della prima persona singolare, che cadenza l’intero testo, ha più che mai lo scopo di chiarire che ad assumersi la responsabilità di ciò che in quelle pagine viene insegnato è lui soltanto. Il classico plurale maiestatis sarebbe stato, stavolta, decisamente ambiguo e invece di conferire il solito timbro autorevole avrebbe paradossalmente enfatizzato un’incrinatura dell’autorità magisteriale che l’enciclica, per valere come tale, deve mantenere, pur in una situazione inedita come l’attuale, in cui accanto al pontefice in carica c’è anche quello emerito. Ma lo stesso Francesco lo dichiara: è una cosa scritta insieme, la cui «prima stesura» si deve a Benedetto. Il nuovo papa l’«assume» in toto, pur «aggiungendovi alcuni ulteriori contributi» (n.7).

 

E scatta, allora, la caccia agl’indizi: cos’è di Benedetto e cos’è di Francesco? Al primo appartiene senz’altro l’impianto generale della lettera: ne è cifra la maestosa semplicità con cui il tema cruciale della fede è trattato. E ci sono molte altre impronte: non solo quelle evidenti, come la citazione di Guardini – teologo che di Ratzinger rimane il principale maestro – incastonata nel n. 22, ma anche quelle impresse con l’inchiostro simpatico, come i rimandi impliciti alla lezione di Rousselot e Balthasar, oltre che di Max Scheler, sull’intreccio della fede con la verità e con l’amore: la fede è una peculiare forma di conoscenza che riguarda Dio e, perciò, ha per oggetto la verità e come metodo l’amore (nn.26-27). Ma c’è anche qualcosa di Francesco nell’articolazione dell’enciclica: l’insistenza sul «camminare» (nei primi due capitoli), sul «confessare» (nel terzo) e sull’«edificare» (nel quarto), che riecheggia l’omelia della sua prima messa, nella Sistina, all’indomani dell’elezione. E ci sono certe sue inconfondibili sottolineature, come l’esortazione a «non farci rubare la speranza» (n.57) e il richiamo all’importanza del Decalogo, inteso non come «insieme di precetti negativi, ma di indicazioni concrete per uscire dal deserto dell’io autoreferenziale» (n.46).

 

D’altra parte, in un’enciclica dedicata alla fede, è oziosa questa fatica di discernere gl’indizi: sant’Ireneo, sapientemente e umilmente citato al n.47, diceva che «la fede è una sola» e dunque «non c’è differenza tra chi è in grado di parlarne più a lungo e chi ne parla poco, tra chi è superiore e chi è meno capace», giacché «né il primo può ampliare la fede, né il secondo diminuirla».Più utile è registrare la novità che caratterizza l’insegnamento proposto nell’enciclica: sta nella scomparsa della severa litania degli ismi, contro cui il magistero del papa non recrimina più. Questa rinuncia apologetica mostra che il magistero pontificio, a cinquant’anni dal Concilio, di questo ormai condivide lo stile e lo spirito.

Così, della fede l’enciclica parla non solo senza polemizzare con la modernità, bensì con una sua attitudine moderna, accettando cioè di abitare l’ora presente, di dialogare sulle sue istanze più radicali. A cominciare dalla più estrema, la morte, terribile sempre, quella di Cristo non meno di quella degli altri (n.16), per svelarne la portata penultima e per annunciare che oltre di essa la «strada» continua: la fede ne fa intravedere, appunto, «tutto il percorso» (n.1).

Difatti la fede è «una luce per le nostre tenebre»: fa a pugni col «buio» (n.4). Emerge qui la dialettica narrata da Nietzsche nella «Gaia scienza». Lì vinceva la notte. Per quest’enciclica, invece, come già per la Spe salvi (n.37), vince la luce. E vince innanzitutto sul buio interiore di quegli uomini che «pur non credendo» desiderano riuscirci e quindi «non cessano di cercare», vivendo «come se Dio esistesse» (n.35): un’opzione pascaliana non meno moderna dell’ipotesi groziana, capace di innestare l’oggettività nella soggettualità della fede. Questa non è mero sentimento, né azzardo o rischio, «salto nel vuoto», ma effettiva capacità di vedere, anche se in misura solo incipiente: «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino» (n.57). Sembra di risentire i versi di Luce gentile, composta da Newman nel 1833, salpando di notte da Palermo verso Marsiglia. E pare potervi cogliere anche l’eco della lanterninosofia di Pirandello, sintetizzata da uno dei suoi personaggi, il protagonista de Il vecchio Dio (1902), il quale, attraverso il «buio angoscioso della rovinata esistenza», tentava di riparare «dal gelido soffio degli ultimi disinganni», il lumicino della sua fede: «Dio mi vede, si esortava in cuor suo. E n’era proprio sicuro che Dio lo vedeva per quel suo lanternino». Come a dire che la fede, oggi, può anche risultare non più sufficiente a farci vedere Dio, ma ci rende comunque consapevoli di poter esser avvistati da Lui. Non ha la presunzione di risolvere il mistero o di abolire l’oscurità. E, tuttavia, non se ne lascia annichilire: vi si segnala dentro, comunica a Chi guarda non visto che lei c’è. Inteso così, il lumen fidei non è più un espediente consolatorio. È piuttosto resistenza, umile ma non meno tragica della fiaccola di Prometeo.

Massimo Naro

 

Il “parroco” del mondo con il coraggio di cambiare

10 Lug

image Il Papa realizza la sua prima visita in qualità di vescovo di Roma e successore di Pietro a Lampedusa. Già questa, per i noti motivi sociali e politici, è una grossa notizia. Ma non si tratta solo di ciò. Infatti, l’intera gestazione e realizzazione di tale evento può farci intendere con giusto calibro qual è l’opzione ecclesiale del Papa “venuto da lontano”. Una scelta profondamente legata e radicata alla semplicità evangelica compiuta integralmente in Cristo e ripresentata in figure come Francesco d’Assisi. Con essa il Papa argentino imprime una forza di volontà volta al cambiamento, pur rimanendo in assoluto legame con il magistero e le personalità dei suoi predecessori. Egli è in grado di leggere i segni dei tempi. Le sue scelte, le sue parole, i suoi gesti lo mostrano chiaramente. Così la Chiesa in continuità con la sua fondazione apostolica esprime sempre una giovinezza fresca e matura grazie alla sua essenza in perenne riforma.

E la visita a Lampedusa conferma tutto questo. Dalla modalità dell’invito rivolto dal parroco locale, alla celebrazione eucaristica possiamo scorgere segni efficaci che esprimono il cambiamento coraggioso nella continuità. Francesco mosso dalla tragedia storica che coinvolge in pieno l’isolotto al centro del Mediterraneo ha deciso che è arrivata la giusta e perciò evangelica occasione di lasciare Roma per visitare la comunità ecclesiale e la società intera lampedusana protagoniste nei termini della solidarietà dell’immane esodo di intere popolazioni africane.

La celebrazione liturgica, poi, è risultata un nobile affresco dell’intento ecclesiale di Francesco. Basti pensare ad alcune “novità”: i ministranti che hanno preso parte alla messa erano probabilmente gli stessi ragazzi e bambini (fra essi molte bambine) che normalmente la domenica servono in parrocchia; il coro ha animato la liturgia con canti conosciutissimi da ogni comunità ecclesiale siciliana e italiana, con la capacità di suscitare la netta sensazione di assistere e celebrare l’eucarestia nella propria parrocchia; le vesti liturgiche indossate, le parole semplici utilizzate, il palco per la celebrazione allestito in assoluta modestia hanno permesso a tutti di carpire l’importanza del momento, la solennità dell’evento e la testimonianza evangelica; l’assenza di vescovi e di autorità se non quelle locali, ha mostrato ulteriormente la modalità e la capacità di mettere al centro il problema in questione causa della visita; infine, il pastorale utilizzato è stato in grado da solo di fare sintesi del modo di intendere il governo e il servizio alla Chiesa di Papa Francesco.
Tutto questo ci dice che è presente un peculiare stile ecclesiale. Uno stile da “parroco” del mondo che attento alle sfide e ai bisogni della storia agisce in vista di un coraggioso modo di comprendere e vivere la Chiesa: non istituzione fra le istituzioni o principato fra i principati, ma compagna e possibilmente serva dei bisogni degli uomini e della storia.

Questo stile non deve fermarsi a Francesco, ma deve andare oltre lui nel senso che è chiamato a coinvolgere laici e ministri ordinati, cristiani e non credenti per riconsiderarci in modo maggiormente nuovo e autentico. Da tale stile, da questa scelta la Chiesa del III millennio non può tornare indietro.

La forza per la continuità non arriverà dal ricordo pur importantissimo di Papa Francesco, ma dal dono e dal compito che in ogni epoca i cristiani hanno: la sequela Christi.

 
Rocco Gumina

A san Pio X al via torneo di Calcio a 5

10 Lug

imageI giovani della parrocchia di san Pio X insieme al parroco don Alessandro Giambra, hanno organizzato un torneo estivo di calcio a 5 in occasione dell’imminente inizio delle celebrazioni per il cinquantesimo della fondazione della parrocchia. 

L’attività si colloca nella prospettiva della formazione globale dei giovani i quali tramite lo sport riescono a crescere, conoscersi e confrontarsi. Le squadre partecipanti saranno otto e composte da ragazzi che hanno compiuto 14 anni e non superato i 17.

Il torneo si ispira, nell’ottica organizzativa, alla recente manifestazione sportiva “Confederations cup” che ha visto l’Italia guidata da Prandelli partecipare e fare bella figura. Le squadre del torneo, infatti, prenderanno i nomi dei team partecipanti al recente evento calcistico svoltosi in Brasile. 

Le partite si svolgeranno nella pista di pattinaggio (per l’occasione adibita a campo di calcio a 5) che è limitrofa alla parrocchia di san Pio X. I giovani delle otto squadre partecipanti sono poco meno di un centinaio. Le partite dei due gironi cominceranno mercoledì 11 luglio e termineranno con le finali per il terzo e per il primo posto nel tardo pomeriggio di mercoledì 24 luglio. Tutte le partite saranno arbitrate da Luciano Antonio Fabio. Oltre alle prime tre squadre classificatesi, saranno premiati il bomber del torneo e il portiere meno battuto. 

Tutti i giovani nisseni interessati all’evento possono condividere il momento di gioco e di festa con la presenza e il tifo per le squadre coinvolte. In tal modo la parrocchia di san Pio X intende offrire occasione di crescita educativa orientata nel periodo estivo allo svago e al gioco.

comunità parrocchiale san Pio X