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“Alla ricerca del futuro possibile”. Documento sulla condizione giovanile – 2018

26 Feb

Si svolgerà giovedì 1 marzo – a partire dalle ore 17.30 presso il Palazzo delle Poste sito in via Francesco Crispi 21 a Caltanissetta – un incontro dal tema: “Sortirne insieme è la politica”. Presentazione del documento sulla condizione giovanile – 2018 Alla ricerca del futuro possibile.
All’evento – promosso dalla Consulta giovani Caltanissetta, dall’Associazione culturale “Alcide De Gasperi” e dalla Banca del nisseno – interverranno: Alessandra Bellavia, Coordinatrice dei giovani della Croce Rossa Italiana; Giovanni Bunoni, Coordinatore Provinciale dei giovani delle ACLI; Graziano Cipollina, Presidente dei Giovani soci della Banca del nisseno; Davide Capodici, Segretario della Consulta giovani Caltanissetta. L’incontro sarà introdotto e moderato da Rocco Gumina Presidente dell’Associazione “Alcide De Gasperi”.
Con il documento sulla condizione giovanile intitolato Alla ricerca di un futuro possibile, associazioni, movimenti, gruppi e singoli cittadini del territorio nisseno propongono alle istituzioni locali una riflessione sulla condizione dei giovani a partire da questioni come la formazione, il lavoro, la partecipazione alla vita politica, l’integrazione.
Per gli organizzatori, si tratta di una proposta di dialogo nata per: «rimettere al centro dell’agenda politica locale la questione giovanile. Riteniamo che il lavoro, la formazione, la partecipazione politica e l’integrazione siano le vie principali per un rinnovato protagonismo dei giovani nisseni. Pertanto, a partire dal contenuto del documento, invitiamo tutti i soggetti istituzionali alla discussione in vista della formulazione di adeguate politiche rivolte al mondo giovanile. Il documento non vuole assumere la veste della proposta operativa o della denuncia, ma quella di un focus pluri-tematico in vista di maggiore attenzione verso le politiche giovanili da parte di tutte le istituzioni presenti sul territorio».

Le seguenti associazioni hanno sottoscritto il documento:

Consulta giovani Caltanissetta;
Associazione “Alcide De Gasperi”;
Giovani delle ACLI Caltanissetta;
ACLI Caltanissetta; OIKOS. Per una comunità solidale;
Giovani Banca del nisseno;
FUCI Caltanissetta;
Croce Rossa Italiana;
Giovani Archeologi;
Creative spaces;
Rete degli Studenti;
Alchimia. Associazione di promozione sociale;
MASCI CL 2;
Ecclettica;
Associazione “Luigi Sturzo”;
MOVI;
Associazione Tr3nta Caltanissetta;
Comitato di quartiere “Balate-Pinzelli”;
Comitato di quartiere “San Luca”;
Associazione “Papa Francesco”;
Forum delle Associazioni Familiari;
Centro Studi “Piersanti Mattarella”;
Italia Nostra Sicilia;
Movimento Cristiano Lavoratori Caltanissetta;
Nuovo Orizzonte;
Tutti uguali.

Consulta giovani Caltanissetta
Associazione culturale “Alcide De Gasperi”
Banca del nisseno

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Una politica per l’uomo

24 Feb

A pochi giorni dal voto per le elezioni politiche, il prossimo martedì 27 febbraio a Villabate, ci sarà l’occasione per riflettere in vista di “Una politica per l’uomo” a partire dal volume di Rocco Gumina “La spremuta. Distinguere per capire” (Lussografica, Caltanissetta 2017).

La spremuta. Distinguere per capire

19 Feb

(Di seguito la recensione di Giuseppe Giugno al volume di Rocco Gumina “La spremuta. Distinguere per capire” – Lussografica, Caltanissetta 2017).

Il volume di Rocco Gumina “La spremuta. Distinguere per capire” vuol proporsi per il lettore come valido itinerario di formazione ed informazione su tematiche afferenti a questioni proprie di questo “nostro” tempo. Il testo come evidenziato nel suo stesso titolo, “La spremuta”, rimanda in un certo senso all’essenza che sta dietro tutto ciò che circonda l’uomo d’oggi: l’essenza del visibile e quella del sensibile. Determinante nella comprensione delle intenzioni legate alla genesi di quest’opera è il sottotitolo che l’autore ci propone: “Distinguere per capire”. Un sottotitolo che suggerisce nella sua stessa formulazione l’idea che soggiace all’organizzazione generale del volume nella sua triplice articolazione su tematiche di ordine politico, culturale ed economico. Si tratta di ambiti attraverso i quali esaminare e leggere la società civile di ogni tempo. Occorre evidenziare che l’intento dell’autore non è quello di proporre una lettura ragionata e sistematica delle questioni afferenti ai principali temi di attualità fine a sé stessa, come fosse esercizio di sterile erudizione, ma proiettare il lettore verso la necessità di “comprendere” radicalmente e strutturalmente la natura eziologica delle problematiche affrontate nel lavoro.
La comprensione del reale in un mondo sempre più virtuale e ancorato a legami profondamente disconnessi dallo spazio e dal tempo rappresenta indubbiamente un’ardua sfida da intraprendere per tornare a pensare la città – e la “città affidabile” – come ricorda l’autore in una delle sue pagine del libro. Alla radice di questo bisogno di comprensione occorre indubbiamente porre la consapevolezza del ruolo esercitato dalla formazione nello spazio e nel tempo degli uomini. Per tale ragione l’opera vuol presentarsi come strumento per comprendere, attraverso la disamina di questioni, solo apparentemente eterogenee e disconnesse le une dalle altre, l’identità più profonda del tempo presente.
L’intero testo viene proposto sotto la formula del libro intervista. Si tratta indubbiamente di una soluzione che facilita al lettore la consultazione dell’opera, consentendogli di individuare in tal modo questioni e problematiche che sottendono a ciascuna delle argomentazioni e analisi proposte. La triade tematica, raccolta con sapiente discernimento e dovizia di particolari, offre l’immagine di un vero e proprio “spaccato” della società civile odierna, attraverso il quale calarsi idealmente in ciascuna delle problematiche e realtà presentate per leggerne e comprenderne i contorni e i tratti caratterizzanti. Si tratta di una triplice partizione animata da un indirizzo certo, ravvisabile nella volontà di “comprendere” come approdare alla costruzione di una “città affidabile”. Per tale ragione, la finalità che fa da sfondo al tessuto generale del volume può essere individuata nell’idea di una “città nuova”, capace di rivedere e ripensare criticamente sé stessa attraverso diversi strumenti, tra questi la cultura. A tal proposito, come ben evidenzia l’autore nelle sue pagine, assume particolare rilievo nel “cantiere della città” il valore sociale rivestito dalla misericordia, da intendersi come l’esplicarsi attraverso l’adozione e l’attuazione del principio di sussidiarietà di tutte quelle azioni necessarie finalizzate alla ricerca del bene comune. È un principio fondamentale che implica la costruzione di una società “solidale” e in armonia con lo stato, nella quale i cittadini condividono spazi di cooperazione legati al conseguimento di obiettivi comuni. In tale contesto, la democrazia diviene il campo nella quale opera quella che l’autore chiama la “declinazione sociale della misericordia”. La formula esposta è in perfetta linea con il magistero della chiesa come suggerisce il riferimento alla Quadragesimo anno di Pio XI:
“L’oggetto di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle”.
Tale definizione proietta il lettore alla relazione tra sussidiarietà e politica, con particolare riferimento al compito che quest’ultima deve compiere per attuare il suo pieno riordino e ripensamento – come scrive l’autore – alla luce del valore della sussidiarietà. In tale relazione assume, altresì, rilevanza il ruolo esercitato dai cristiani in politica, per i quali la chiamata all’azione “civica” si prefigura come onere non demandabile ad altri. La custodia del creato, secondo la nota accezione genesiaca del lavoro, rappresenta peraltro la missione che interpella l’uomo nel suo spazio e nel suo tempo. Si tratta di un compito che può essere esplicato attraverso la formazione e l’animazione culturale o mediante la partecipazione diretta al governo della polis. In ogni caso l’impegno del cristiano nell’azione amministrativa, nella partecipazione ai processi decisionali e nella costruzione della “città nuova”, oltre ad essere determinante per consentire alla politica di riappropriarsi della sua dimensione di “strumento di carità”, secondo la nota accezione montiniana, ha anche relazioni con il ripensamento dell’idea stessa di lavoro “libero, partecipativo, solidale e creativo”.
Nella costruzione della “città affidabile” assume indiscutibile rilevanza, come suggerito dalle riflessioni raccolte nel volume, il rapporto tra chiesa e società civile. È molto utile, a tal proposito, leggere le pagine relative all’autocomprensione della chiesa come “famiglia” nel suo tentativo di integrarsi nell’oggi della storia. La chiesa per far parte della società deve tornare, in altre parole, ad essere luogo di vita, cellula e tessera nel tempo e nello spazio degli uomini.
Tale ripensamento proietta il lettore alla relazione della chiesa con la cultura. Una cultura, in particolare quella italiana, profondamente cristiana nelle sue matrici generative, che rischia però di smarrire definitivamente sé stessa e di non riconoscersi più per quello che è nel suo intimo, se non ritorna al Vangelo. Le riflessioni suggerite dall’autore trovano conferma nel pensiero di Giovanni Paolo II, il quale ha già più volte ribadito la necessità che “la fede diventi cultura”. È sempre lo stesso pontefice ad aggiungere che:
“una fede che non diventa cultura non è una fede pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”.
Particolarmente illuminante è il discorso tenuta da Wojtyla all’Ateneo di Bologna nel 1982 in cui si afferma che “la Chiesa ha bisogno dell’università, perché la fede possa incarnarsi e divenire cultura”. Il rapporto tra fede e cultura, proiettato su un piano universale, viene anche illustrato nel libro intervista “Memoria e Identità. Conversazioni a cavallo dei millenni” nel quale il pontefice afferma che la cultura cristiana esiste non soltanto nella società e nelle nazioni cristiane, ma si è fatta presente anche nella cultura dell’intera umanità. In qualche modo, dunque, la cultura cristiana ha trasformato tutta la cultura e per tale motivo occorre spendersi per ritrovare nella cultura i semi del vangelo così da ricomprenderne i contenuti nella loro profondità. Lo stesso concetto viene ribadito da Benedetto XVI laddove descrive il cristianesimo come religione del Logos, amica della ragione. La fede può, in sintesi, inculturarsi perché in fondo essa non si indentifica con nessuna cultura in particolare.
Il ripensamento della chiesa nella società del tempo attuale pone la questione del ripensamento della fede attraverso la categoria sociale della cultura come formula per restituire dignità e solidità all’identità. Si assiste, infatti, sempre più diffusamente al dilagare di una analfabetizzazione diffusa determinata dalla dittatura dell’opinione, come affermato anche nell’intervista al prof. Calogero Caltagirone. Quanto detto viene affrontato dal sociologo Zygmunt Bauman nella riflessione relativa alla società della modernità liquida, nella quale si evidenzia che all’etèronomica determinazione della condizione sociale viene oggi opposta una compulsiva e obbligatoria autodeterminazione dell’uomo.
Ma il denominatore comune alle riflessioni e questioni raccolte nel volume dall’autore può certamente essere individuato nella necessità di tornare a formare e a pensare la formazione dei giovani e delle categorie sociali più deboli. Una formazione che deve tradursi, innanzitutto, in educazione alla legalità per alimentare la lotta alla mafia. Sembra molto utile, a tal proposito, in una delle interviste del libro il rimando allo psicanalista Massimo Recalcati nel riferimento alla sua affermazione circa l’esistenza di un’erotica dell’insegnamento e alla sua utilità per trasformare in positivo la relazione docente/allievo. Il rimando allo studio fa anche riflettere sulla necessità di concepire parimenti un’erotica dell’apprendimento per studio e ricerca, da intendere come passione e consapevolezza interiore, attraverso le quali alimentare il cantiere della crescita culturale dell’individuo. Rispetto a questo occorre sottolineare, come emerge dal libro, le numerose problematiche ed insufficienze registrate nel mondo della scuola rispetto all’efficacia della sua azione sulla formazione dei giovani.
Desta, altresì, interesse l’intervista allo psicanalista Nicolò Terminio sulla condizione della scuola oggi, nel riferimento alla “profondità del tempo della lettura e dello studio”, non più concepite come funzionali allo sviluppo delle competenze dell’individuo. Si tratta di una questione reale ed urgente alimentata probabilmente dall’adozione di una ratio che non offre più spazi per la riflessione e la maturazione del pensiero capaci di attraversare con profondità il tempo. La riflessione di Terminio rimanda implicitamente all’annullamento della stessa cultura del progetto, da intendersi come iter che consente, attraverso il tempo e lo studio, la maturazione di un’idea sino alla sua presentazione.
Si può affermare, riproponendo il rimando a don Milani avanzato dall’autore, che la vera formazione, la cui promozione spetta alla scuola quanto alla chiesa attraverso le sue ramificazioni nei territori, deve esaltare il valore del primato della persona, il primato dell’essere. Inoltre è chiaro il messaggio generale che trapela dalle pagine di Gumina, sintetizzabile nella necessità di orientare l’azione formativa verso talune categorie di giovani particolarmente disagiate e tra queste quella che raccoglie quanti allo stato attuale sono completamente inattivi sul versante del lavoro, studio e formazione professionale. Tuttavia per far questo occorre ricordare, come citato dall’autore nel rimando a don Milani, che oggi “nessuno si fida più di nulla che non sia vissuto prima che detto”; o per dirla con le parole del beato Paolo VI pronunciate nel 1974 durante l’Udienza al Pontificio Consiglio per i laici: “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni”.
Il libro educa, dunque, il lettore alla conoscenza delle principali questioni e mutamenti che attraversano il tempo presente, offrendo diverse chiavi interpretative e strumenti di pensiero con i quali provare a decifrare e comprendere fenomeni e problematiche sociali. Si configura, inoltre, come valido itinerario per tornare a pensare un nuovo modello di città nel quale inclusione, formazione e dimensione solidale possano rappresentare le fondamenta sulle quali erigere quella che l’autore definisce la “città affidabile”.

Galleggiare “ruvolianum est”, perseverare è da Partito Democratico

18 Feb


La campagna elettorale del 2014 – che ha portato Giovanni Ruvolo alla guida del comune di Caltanissetta – si basava su di un’espressione abbastanza ambiziosa legata al ritorno della primavera politica, sociale ed economica del territorio nisseno. Il frutto più bello di quella proposta era il modello partecipativo-deliberativo di conduzione amministrativa. Associazioni, comitati di quartiere, partiti, movimenti, singoli cittadini hanno creduto in quell’interessante progetto capace, almeno in teoria, di rianimare un contesto asfittico. All’indomani delle ultime mancate deliberazioni del consiglio comunale in merito alla partecipazione della città nella conduzione delle dinamiche governative, occorre una sintesi al fine di comprendere con chiarezza le questioni.
Se è vero che persino il frutto più bello della primavera tanto annunciata dal ruvolismo è miseramente appassito, il progetto dell’Alleanza per la città è ormai per sempre sepolto. Chi insiste alla guida dell’amministrazione cittadina – Giovanni Ruvolo e tutti coloro che per un motivo o per un altro gli offrono una mano con l’adesione ad un progetto che non esiste più – sono assolutamente responsabili di un galleggiamento politico che non fa il bene della comunità nissena.
I recenti vagiti apparsi sulla stampa dei residuali e marginali consiglieri comunali legati a doppio filo a Ruvolo, ricordano l’immagine biblica del peccato originale. In quell’icona senza tempo, dinanzi alla trasgressione del progetto divino, gli uomini procedono verso una reciproca deresponsabilizzazione che afferma la scelta alquanto immatura del sostenere che la colpa, anche delle proprie inadeguatezze, è degli altri.
In quest’analisi non possiamo dimenticare un passaggio riflessivo sul Partito Democratico nisseno. Gruppo politico che alle scorse elezioni comunali non ha avuto la forza, il coraggio e il progetto per avanzare un proprio candidato, il PD ha sostenuto l’ascesa ruvoliana in tutto e per tutto. I voti, i consiglieri comunali, gli assessori del Partito Democratico sono confluiti nell’Alleanza per la Città. Il fallimento della primavera nissena annunciata da Ruvolo è anche la sconfitta politica del Partito Democratico nisseno. Non cogliere questo, significa non assumersi le responsabilità amministrative pubblicamente riconoscibili dai cittadini di Caltanissetta. Per tali motivi, sembra davvero irragionevole la recente nota pubblica del PD nisseno sul fallimento della democrazia partecipata e, quindi, di Ruvolo. A mio parere, bisogna ricordare ai “democratici” elettivi del PD, per i quali la democrazia è legata al rispetto delle gerarchie che calano dall’alto assi e assetti da digerire previa qualche scomposta protesta, che furono loro a sostenere la democrazia partecipata promossa da Ruvolo. Non ragionare su questo, non assumersi le responsabilità, significa ritenere come del tutto insignificanti i passaggi politici consumati dallo stesso gruppo dirigente. Va precisato che alla luce della selezione dei candidati per la Camera e per il Senato, il Partito Democratico di tutta la penisola rivela la sua vera identità slegata da ogni forma di partecipazione ma, a Caltanissetta, i cittadini ormai hanno inteso che il PD locale è solo una comunità in attesa di farsi trainare dal carro vincente di turno. Qualche anno fa fu la democrazia partecipata, e quindi Ruvolo, fra qualche mese chissà cosa. Insomma un partito incapace di proporre e di essere da sé carro trainante e di infiltrarsi, per mero opportunismo politico, negli altrui progetti. Pertanto, è del tutto inutile il perbenismo moralista di alcune note pubblicate sulla stampa per scongiurare l’adesione di politici locali i quali, in assenza di un vero rinnovamento, possono trainare il carro targato PD.
Infine, bisogna tornare a riflettere sul progetto della partecipazione deliberativa all’amministrazione della città. Qualche mese addietro, Marina Castiglione – protagonista dei primi passi della giunta Ruvolo e poi messa da parte insieme a Piero Cavaleri e a Boris Pastorello per una squadra assessoriale più politica e meno civica – in un’intervista affermava: «il progetto resta valido a prescindere dalle persone». Questa convinzione la ritengo veritiera nella misura in cui un nuovo aggregante politico possa intestarsi e avanzare con credibilità un percorso che dalle piccole dimensioni dell’amministrazione cittadina possa esprimere e garantire più città.

Rocco Gumina
Presidente Associazione culturale “Alcide De Gasperi”

“Nel mondo non c’è altra società universale…” L’orizzonte ecclesiologico di mons. Mario Sturzo

15 Feb

(Segnalo una riflessione della prof.ssa Giuseppina Sansone sul terzo Convegno di Studi su Mons. Mario Sturzo, in vista della presentazione, il prossimo 9 marzo, del volume “Civismo e politica in Mario Sturzo” – Studi del Centro A. Cammarata, Sciascia Editore).

Nei giorni 20 e 21 ottobre si è svolto il terzo Convegno di studi su Mons. Mario Sturzo, fratello maggiore del ben noto don Luigi, fondatore del Partito Popolare Italiano. Si è articolato in due momenti, il primo a Piazza Armerina, sede della diocesi di cui fu vescovo per 38 anni (1903-1941); il secondo a Caltagirone, sua città natale. Al Convegno hanno partecipato l’arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi, il vescovo di Piazza Armerina, mons. Rosario Gisana, e il vescovo di Caltagirone, mons. Calogero Peri. L’incontro si è posto in continuità con i due precedenti, entrambi svolti a Piazza Armerina, sui temi: Mario Sturzo Pastore ed educatore. La sua attenzione alla persona e alla famiglia (2013); Implicazioni sociali e politiche nel pensiero di Mario Sturzo. Attualità del suo insegnamento (2014), e di cui sono già stati pubblicati gli atti.
Questo evento si è inserito nel quadro di un progetto di ricerca, avviato a Piazza Armerina, in concomitanza all’apertura della causa di beatificazione e di canonizzazione dell’illustre presule (18 aprile 2013). Progetto che, oltre la disamina di un’imponente documentazione non ancora interamente esplorata e studiata, prevede appunto alcuni convegni di studio, tendenti a sviscerare, di volta in volta, uno dei tanti aspetti del pensiero e dell’opera di M. Sturzo. La ricerca si è orientata su un versante prevalentemente ecclesiologico-pastorale, con l’intento di rilevare, con una certa oculatezza, il suo pensiero sull’essere e la vita della Chiesa, onde metterne a punto gli aspetti di maggiore interesse, con le relative implicazioni pratiche, fino a coglierne possibili suggestioni per l’approfondimento oggi.
Le due giornate di studio si sono aperte con il contributo di Rosario La Delfa, il cui titolo, “La vita di corpo per la vita dello Spirito”. La chiesa tra il compito dell’attuazione sociale del cristianesimo e l’essere l’unico luogo della vita interiore, annunzia già la direzione verso cui l’autore si è orientato: mostrare come una oculata rivisitazione del pensiero di M. Sturzo sulla chiesa aiuti a superare il pericolo di una giustapposizione tra le due dimensioni storica e interiore della Chiesa stessa. E ciò a vantaggio, non solo dell’ecclesiologia, ma anche della pastorale. Dopo alcune interessanti premesse sul contesto ecclesiologico in cui il scrisse ed operò, mediante un efficace percorso metodologico, si è approdati alla sua concezione unitaria della chiesa: M. Sturzo non pensava ad una chiesa suddivisa tra le dimensioni storica e interiore. La vedeva piuttosto consistere in una tensione che si genera tra l’essere dono principiante la crescita cristiana e termine ultimo della sua aspirazione; e dunque in quella tensione escatologica la cui dinamica può comprendersi solo all’interno della determinazione cristocentrica della spiritualità cristiana. La sua concezione di Chiesa si propone allora, non nei termini della societas perfecta, ma della società universale; nella necessità di contemperare l’elemento esteriore e storico della chiesa, ravvisabile nell’azione apostolica, con cui viene preparato l’uomo e il suo ambiente, con quello interiore della grazia, che gli giunge mediante la sua esistenza ecclesiale.
Collegandosi al contributo precedente, Eugenio Guccione si è occupato del rapporto tra la Chiesa e la società civile in Mario Sturzo. Ha chiarito che nel teorico del neosintetismo, tramite le Lettere Pastorali e la corrispondenza avuta con il fratello, non senza difficoltà, è possibile individuare un’idea di «società civile», che risente della sua formazione aristotelico-tomista. Mons. Sturzo, ammetteva, infatti, che la comunità umana, fin dalle origini, per natura, sentisse l’esigenza di riconoscere un’autorità, darsi delle regole di comportamento e dunque costituirsi in una «società civile». Successivamente, ha posto in luce un’idea di Chiesa in relazione alla società civile, che appare evidente e coerente in tutta la produzione di questo vescovo: in quanto istituzione terrena, la Chiesa fa parte della comunità umana, che si articola in diverse forme sociali; in quanto istituzione divina, si pone al culmine di tutte le forme sociali. E, sull’esempio di Cristo e dei santi, è chiamata a trasformare in bene il male esistente nella società civile, per orientarla verso la santità. Nonostante la difficile situazione del tempo, che limitava la sua libertà personale, il presule restò sostanzialmente ancorato a un progetto di Chiesa missionaria, di una chiesa aperta, misticamente tendente a realizzare l’ideale evangelico di un solo ovile sotto un solo pastore, nell’unità della fede.
Francesco Lomanto, preside della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, ha partecipato con un contributo, dal titolo Mario Sturzo e il ministero presbiterale nella vita della Chiesa. Con un costante riferimento al magistero teologico- spirituale e alla sua azione pastorale, da cui si evince una grande attenzione alla figura del presbitero, ha mostrato come, nel ministero del grande vescovo e nel suo insegnamento, emergano tre particolari corrispondenze: il concetto di sacerdozio e l’ideale del seminario; l’identità del presbitero e l’adattabilità della sua missione alla realtà sociale e culturale del tempo; la santificazione personale e la finalità della missione presbiterale, cioè la santificazione delle anime e la restaurazione cristiana della società. Proponendo la santità come fondamento del multiforme impegno apostolico, mons. Sturzo orientava verso una maggiore integrazione della spiritualità con la pastorale. E ciò perché convinto che la santificazione personale del presbitero rendesse più credibile la sua parola e più fecondo il suo apostolato, rendendo ragione della sua specifica presenza nel sociale.
A seguire, mediante la presentazione critica di alcuni passaggi delle principali lettere pastorali di mons. Sturzo, Francesco Brancato si è addentrato in un tema quanto mai prezioso dell’economia del pensiero e del ministero pastorale: “La vocazione al cielo e le vocazioni”. Lo stato laicale come via alla perfezione cristiana. L’analisi critica degli interventi magisteriali del vescovo consente, infatti, di approfondire questioni teologico-pastorali di grande interesse, come: vocazioni, santità, impegno nel mondo, rapporto laici-clero, apostolato ed altro ancora.
Luca Crapanzano, basandosi specialmente sugli atti del “Primo Congresso della Parrocchialità”, voluto da Mario Sturzo nel 1937, ha parlato del modo come l’illustre vescovo concepiva la comunità parrocchiale. Ciò a partire da una sua espressione molto significativa: la parrocchia è «ciò che la chiesa è in grande, cioè la piccola Gerusalemme terrena che conduce le anime alla Gerusalemme celeste». Inoltre avvalendosi dei contributi dei partecipanti a quel Congresso, si è pure evidenziata la sensibilità dell’epoca circa alcuni aspetti della vita parrocchiale, quali: l’associazionismo, l’impegno dei laici, le opere caritative e quant’altro. Nel mentre, si è delineata l’idea di un parroco come segno visibile di comunione, ma anche come responsabile e padre di tutte le famiglie che fanno parte della parrocchia.
Il tema della santità, che con accenti diversi ha attraversato un po’ tutte le relazioni del convegno, è diventato centrale nell’ultima sezione. Luigi Borriello è intervenuto con un contributo dal titolo: La santità della e nella chiesa. Mons. Mario Sturzo, espressione di una vocazione alla santità. Inizialmente, ha riflettuto sulla santità ecclesiale, quale caratteristica riconosciuta alla chiesa e a tutti i suoi membri fin dalle comunità primitive, e posta in evidenza nei documenti del Concilio Vaticano II, in cui si parla di vocazione universale alla santità. Ha poi mostrato come, su questo punto, M. Sturzo abbia preceduto il Concilio. Già nel 1935, infatti, nella lettera pastorale intitolata La santità nell’itinerario dell’anima a Dio, scriveva che santo e tutto il popolo dei veri cristiani. «una corrente storica non tutta storicizzata, una corrente unica, perché la santità è una, in fondo sempre la stessa, nelle forme sempre più varia». La santità della chiesa è santità sociale e individuale, che ha avuto inizio con gli apostoli, che ha generato nuovi santi e continuerà a generarne «con la stessa fecondità, con la stessa ansia di perfezione, con lo stesso ardore di purificazione e di unione con Dio fino alla fine dei secoli».
Con mons. Michele Pennisi si è visto che la santità fu l’ideale di tutta la vita di M. Sturzo. Questi concepiva il proprio ministero come attuazione di un compito di educazione alla santità, che si realizza mediante i tradizionali esercizi devozionali, da coniugare con un rinnovato modello di pastoralità. Auspicava infatti nuovi sacerdoti, cresciuti e formati in un ambiente idoneo al vivere civile, in grado di divenire maestri di vita spirituale e di santità, senza distogliere l’attenzione dai problemi del tempo. Vedeva coincidere la santità con una formazione umana, in cui l’attenzione alla “relazione” e al “dialogo” sottende una vivace preoccupazione pedagogica, che si situa nell’esplicito orizzonte dell’esperienza della fede cristiana. Il grande vescovo considerava dunque la santità come la via per attuare l’opera redentrice di Cristo, che implica un processo di conversione, contemporaneamente teologico, psicologico, filosofico e ascetico. Convinto della necessità del passaggio dalla filosofia alla vita spirituale attraverso l’educazione, paragonava l’educatore al santo con una vita spirituale molto avanzata. Per lui, la vita spirituale e la santità sono un fatto storico con delle conseguenze pedagogiche ed educative, che si riflettono in un cristianesimo vissuto all’interno della chiesa.
Il motivo della santità trova riscontro anche nelle orazioni composte da M. Sturzo, i lavori si sono perciò conclusi con un intervento in tal senso. Giuseppina Sansone inizialmente, ha ricordato come, nel suo ministero sacerdotale, la preghiera abbia avuto un posto preminente, tanto da connotare tutta la sua attività pastorale. Nel suo scritto La vita in Dio considerava infatti la preghiera «come l’esercizio fondamentale della vita cristiana, che deve investire di sé tutti gli altri esercizi», e in Suggerimenti sul modo di fare l’orazione, indicava la preghiera del cuore come la via per «diventar santi nel senso più pieno della parola». Ha indirizzato poi l’attenzione sulla raccolta Visite e Letture. Questa include diverse composizioni, interamente in versi, destinate alla gente comune, alla quale, secondo la prassi del tempo, ma con uno stile molto personale, l’autore intendeva trasmettere le verità fondamentali del cristianesimo in una forma poetica e rimata, e dunque attraente e facile da ricordare. In questo contesto, se da un lato si è notato che buona parte dei contenuti possano facilmente riscontrarsi in altri testi del tempo; dall’altro è emerso come gli stessi contenuti siano ripresentati con uno stile sicuramente più coinvolgente e suggestivo. L’originalità delle composizioni consiste, allora, non tanto nell’intento di catechizzare tutti i fedeli mediante orazioni e letture, quanto nella loro capacità di aprire la strada verso un’intensa esperienza di preghiera. – Il convegno si è concluso con una interessante visita guidata ai luoghi sturziani, a cura di Francesco Failla.

GIUSEPPINA SANSONE

“Stare in mezzo ai giovani”. Appunti sulla centralità della scuola

26 Gen

Una vera educazione non può essere inculcata a forza dal di fuori;
essa deve invece aiutare a trarre spontaneamente alla superficie
i tesori di saggezza nascosti sul fondo.
(R. Tagore)

Nei giorni scorsi, i media nazionali hanno presentato alcuni episodi che riguardano la scuola italiana. Dalla violenza inflitta da due genitori ad un insegnante di Avola, agli abusi commessi da un docente di un liceo romano verso un’alunna minorenne, sino al fenomeno – ormai diffusissimo anche sui banchi – delle baby gang, possiamo notare che l’odierna realtà del mondo della scuola ingloba una serie di problematiche sociali, educative e di sicurezza che nel recente passato erano, probabilmente, impensabili. Al di là della riflessione sulle molteplici e parziali riforme che la politica, dall’alto della sua autorità, ha cercato di realizzare per la scuola, bisogna centrare la discussione sulla più grande agenzia educativa della società intorno ad alcuni requisiti valoriali e prepolitici.
Di recente, è stato pubblicato un volumetto – dal titolo abbastanza significativo di Imparare ad imparare (Marcianum press, 2017) – che raccoglie alcuni discorsi di Papa Francesco sull’educazione. Dal testo si evince che per il vescovo di Roma, quattro sono le fondamenta su cui tornare a pensare il mondo della scuola: l’educazione inclusiva; la centralità dell’istituzione scolastica; la relazione allievo-docente; l’apporto delle famiglie.

Educazione inclusiva:
Secondo Francesco, l’educazione diventa inclusiva perché: «tutti hanno un posto; inclusiva anche umanamente. Il patto educativo è stato rotto per il fenomeno dell’esclusione». Si tratta di una prospettiva che pone nella relazione educativa il valore di ciascuno come priorità e, a partire da ciò, la diffusione delle conoscenze. Per far questo, il metodo non può più rispondere ai modelli educativi del passato, bensì bisogna creare nuove pratiche, anche informali e d’emergenza, pur nel rispetto dell’istituzione e dei ruoli di ciascuno. La generazione di nuovi approcci educativi passa anche dal rischio ragionevole che il docente deve correre per avviare una riforma a partire dai piccoli contesti, dal basso.

La centralità dell’istituzione scolastica:
A parere del Papa, la scuola è un luogo d’incontro nel cammino della vita poiché: «si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie. È un luogo d’incontro. E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per camminare insieme». L’istituzione scolastica è, allora, la prima società e la famiglia grande che il giovane incrocia per imparare a vivere e, dunque, divenire adulto. Per raggiungere la maturità, gli allievi, oltre ad apprendere le conoscenze delle varie discipline comuni e d’indirizzo, devono imparare il bene, il bello e il vero al fine di amare la vita e contribuire allo sviluppo della comunità d’appartenenza oltre che di se stessi.

La relazione allievo-docente:
Per il vescovo di Roma, educare non è un mestiere ma: «un atteggiamento, un modo d’essere; per educare bisogna uscire da se stessi e stare in mezzo ai giovani, accompagnarli nelle tappe della loro crescita mettendosi al loro fianco». La relazione fra studenti e insegnanti non può essere pensata e costruita secondo meccanismi legati semplicemente all’apprendimento degli uni e al mestiere degli altri. Occorre, invece, una modalità d’essere, anzitutto per i docenti, che lasci trasparire – in ogni questione affrontata – l’importanza del possedere una coscienza libera, del valore del confronto e della collegialità per giungere ad una scelta, di un atteggiamento aperto alla messa in discussione del proprio sapere e, pertanto, ad imparare.

L’apporto delle famiglie:
I fatti di cronaca che hanno portato alla ribalta nazionale il tema della scuola, confermano quanto sostenuto da Francesco: «Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto, e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca». La spaccatura in corso fra la scuola e la famiglia, drammaticamente mostrata nelle violenze verbali e talvolta fisiche che spesso i docenti subiscono dai genitori o dai medesimi alunni, ci mostra chiaramente come gli adulti, siano essi insegnanti o genitori, devono tornare dall’esilio educativo nel quale sono piombati. Solo insieme, la famiglia e la scuola, possono rispondere all’emergenza educativa in atto tornando a costruire i ponti del dialogo e della fiducia reciproca fatti di ascolto, proposta e comprensione.

“La politica non è tutto”, specialmente per la scuola:
La politica italiana negli ultimi decenni ha sfornato un numero impressionante di riforme, parziali o apparentemente globali, sulla scuola superato solo da quello dei governi che si sono via via succeduti. È noto a tutti, che parte dell’instabilità dell’istituzione scolastica in Italia sia dovuto ad un agire politico spesso incapace di cogliere le reali urgenze. Tuttavia, proprio la dolorosissima cronaca di questi giorni ci invita a riflettere sull’impegno che dalla comunità – cioè dalle famiglie, dagli insegnanti e dalla società – può arrivare su valori come l’educazione inclusiva, la centralità della scuola, la relazione fra docenti, alunni e famiglie. Insomma, la vera riforma della scuola è destinata a costituirsi dal basso – come del resto avviene per ogni grande e reale cambiamento – cioè da coloro che ogni giorno in un modo o in un altro operano a favore della scuola e perciò dei giovani, delle famiglie e degli insegnanti. Dall’alto, la politica e le sue innumerevoli riforme non potranno mai avviare quei processi umani, valoriali, relazionali impossibili da applicare per legge ma in grado di svilupparsi solo tramite la relazione io-tu.

Rocco Gumina

“Conosco un Paese diverso”. Spunti politici per l’Italia che verrà

1 Gen

La riflessione che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato agli italiani in occasione della conclusione del 2017 è ricca di spunti e di questioni le quali non possono che fermentare delle positività per la nostra comunità nazionale. In particolar modo, penso che siano quattro i temi chiave proposti da Mattarella nel suo messaggio augurale: 1) il primato della politica nella guida dei processi di cambiamento in atto; 2) l’attualità e il valore della memoria storica; 3) il riferimento costante alla costituzione; 4) il richiamo al senso di responsabilità sia per i cittadini sia per i rappresentanti delle istituzioni.

1) Il primato della politica nella guida dei processi di cambiamento in atto:
Per il Presidente della Repubblica: «L’autentica missione della politica consiste proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità (quelle legate ai cambiamenti sociali, economici, culturali in atto) guidando i processi di mutamento». Tramite queste parole, Mattarella richiama il ruolo fondamentale che la politica è destinata a ricoprire in ogni tempo. Un compito che nessun’altra dimensione del sociale può sostituire. Così, la politica ha un primato – dovuto alla sua capacità di sintetizzare i fenomeni sociali, economici, culturali – che deve esercitare per poter dare una visione e una progettualità al cammino delle comunità umane attraverso la ricerca del bene comune. Solo in tal modo, per il Presidente, si può rendere: «più giusta e sostenibile la stagione che si apre».

2) L’attualità e il valore della memoria storica:
Per Mattarella, talvolta corriamo il rischio: «di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell’Europa». Come ha affermato nel suo discorso, il ricordo della fine della prima guerra mondiale – di cui ricorre il centenario nel 2018 – è un’occasione per rammentare il cammino che nel corso di più di un secolo la nostra nazione ha compiuto. Non sempre, infatti, l’Italia ha goduto di un regime democratico e di periodi di lunga pace. Le conquiste ottenute con il sacrificio di intere generazioni di italiani, vanno ricordate non per un mero esercizio nozionistico ma per una rilevanza sull’attualità. Ritrovare il senso della partecipazione democratica a partire dalla storia italiana, sembra essere la via – a parere di Mattarella – per risignificare l’impegno politico e la partecipazione al voto.

3) Il riferimento costante alla Costituzione:
Secondo il Presidente, oltre al valore della memoria, la “cassetta degli attrezzi” per la riscoperta dell’importanza della politica e dell’impegno in questa è la nostra costituzione la quale ci indica: «la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita». È molto significativo il richiamo di Mattarella alla nostra carta fondamentale in tempi in cui taluni pensatori propongono una rivisitazione del testo a partire da una visione liberale sganciata da ogni valore relazionale, comunitario e, dunque, realmente politico. La “casa comune” degli italiani è il pilastro portante della nostra vita democratica poiché possiede un patrimonio di valori, di principi, di regole nel quale tutti debbono ritrovarsi.

4) Il richiamo al senso di responsabilità sia per i cittadini sia per i rappresentanti delle istituzioni:
Infine, Sergio Mattarella ci invita a guardare la realtà profonda del nostro Paese non identificata dal risentimento e dallo scontro continuo bensì da un popolo diverso: «in larga misura generoso e solidale […] tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle». A parere del presidente, ciascun membro del popolo italiano – in particolar modo chi ricopre ruoli istituzionali – è invitato ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti della Repubblica.