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Tutto ciò che è umano è cristiano: Pino Puglisi e il fermento evangelico

27 Mag

imageSabato 25 maggio ho partecipato a Palermo alla celebrazione per la beatificazione di Don Pino Puglisi. Diverse sono state le occasioni durante l’evento per riflettere e per cogliere alcuni spunti positivi per la comunità cristiana e per la società intera. Impressionante a mio parere è stata la partecipazione dei giovani provenienti dalla Sicilia e da altre regioni, come anche la presenza di rappresentanti e attivisti di associazioni laiche e cattoliche impegnate per la promozione umana e perciò in antitesi alla mentalità e al sistema mafioso.

Don Pino Puglisi annunciava il Vangelo. Ciò ha comportato nella storia e nei luoghi vissuti da 3P il sostenere l’uomo nella sua interezza e pertanto lo scontro con la mafia. Il desiderio di valorizzare la libertà, la dignità, il rispetto in don Pino nasceva dalla vita vissuta secondo il Vangelo e per questo i boss di Brancaccio lo hanno ucciso in Odium fidei. Egli annunciava Cristo, perciò promuoveva l’uomo. Non è dunque pensabile per la vicenda martiriale di Puglisi, un divenire dell’umano sganciato dal Dio incarnato.
Nel giro di poche settimane abbiamo ricordato, vissuto e celebrato momenti molto importanti per la storia anzitutto siciliana: gli anniversari delle uccisioni del giovane Impastato, del magistrato Falcone e appunto la beatificazione di Puglisi. Prossimamente ricorderemo l’impegno e il sacrificio di Borsellino senza trascurare la vicenda del sindacalista Rizzotto e quella del giudice “ragazzino” Livatino il quale era solito siglare le sue carte con alcune iniziali che rimandano all’espressione “sotto la tutela di Dio”. Ma tutte queste storie positive e terminate tragicamente come sono legate fra loro? Ancor meglio che raccordo esiste tra eroicità laica e martirio cristiano? Questi uomini hanno ricercato la giustizia con la lotta e la resistenza alla mafia, ma se la tipologia del loro impegno nasceva da diversi fondamenti, possiamo parlare di più giustizie?
Il tema è fuor di dubbio delicato, difficile e ancora da percorrere interamente, dunque non possiamo rispondere in maniera esaustiva a tali interrogativi. L’argomento, inoltre, non è solo un esercizio teorico poiché le storie di questi personaggi toccano in un modo o nell’altro il nostro vissuto che è fatto di impegno o disimpegno sempre accanto all’altro il quale può partire e argomentare la propria vita secondo altri fondamenti. Pare lecito però, cercare di formulare parziali risposte in vista di una maggiore comprensione. Sembra evidente che le personali vicende degli uomini e delle donne che in Sicilia o altrove hanno lottato per la difesa delle dignità umane e perciò contro tutte le mafie, hanno ricercato l’unica giustizia, l’unica promozione umana, l’unica possibilità di far essere l’uomo sempre più se stesso e non alieno alla sua natura. Pertanto credo si possa parlare per tutti i personaggi prima citati di testimoni credibili per la giustizia. Testimoni credibili poiché hanno, senza mettere nulla di personale da parte, dato tutto sino alle estreme conseguenze. Per la giustizia perché pur partendo da presupposti diversi hanno promosso l’uomo nella sua integrità. A parer mio la vicenda di questi testimoni deve dirci un’ulteriore cosa: credenti e non, gli uomini vivono e camminano sullo stesso binario operativo ed esistenziale. In esso siamo chiamati a trovare fors’anche per la prima volta più punti in comune che di divergenza. Il martirio di don Puglisi presentato universalmente da esempio per la Chiesa e per il mondo intero ci dice che tutto ciò che è cristiano è anche profondamente umano e viceversa. Nei rioni gestiti dalla mafia, annunciare il Vangelo ha avuto il significato dello svelamento della vera identità umana e della ricerca della giustizia. La stessa giustizia che i vari Livatino, Rizzotto, Impastato, Falcone e Borsellino hanno desiderato raggiungere e condividere e per essa hanno donato la vita.
                                                                                                       Rocco Gumina
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Partire da Puglisi per riflettere su mafia e martirio

25 Mag

image don Pino Puglisi fu ucciso dalla mafia a Palermo. Negli anni successivi al suo assassinio, l’Associazione «Amici di Argomenti» realizzò a San Cataldo (Caltanissetta) tre seminari di studio sul tema del martirio cristiano in un contesto sociale contrassegnato dalla presenza della criminalità mafiosa. Gli Atti dei seminari furono pubblicati dall’Editore Salvatore Sciascia nella collana «Studi del Centro “A. Cammarata”» diretta da Cataldo Naro.
Il rito di beatificazione di don Pino Puglisi, celebrato a Palermo il 25 maggio scorso, ripropone il tema del martirio cristiano. Per questo motivo, pensando che può essere utile tornare a leggere o leggere per la prima volta gli Atti dei tre seminari di studio, riporto qui di seguito l’elenco dei contributi pubblicati negli Atti.
Il primo seminario di studio si realizzò nel 1994 per riflettere sulle parole usate da Giovanni Paolo II durante la sua visita alla diocesi di Agrigento nel mese di maggio del 1993. In quella occasione il papa parlò delle vittime della mafia come «martiri della giustizia e indirettamente della fede». Il seminario di studio voleva perciò discutere della plausibilità teologica dell’affermazione del papa e dell’importanza dell’offerta di esemplari modelli esistenziali di resistenza alla mafia.
Gli Atti furono pubblicati nel 1994 a cura di Salvatore Barone con il titolo: Martiri per la giustizia. Testimonianza cristiana fino all’effusione del sangue nella Sicilia d’oggi (pp. 158). Dopo la Premessa del curatore, l’Introduzione ai lavori di Stefano Diprima e il Saluto ai partecipanti del vescovo di Caltanissetta mons. Alfredo Maria Garsia, seguono le relazioni di Rino La Delfa (Chiesa e martirio: un binomio inscindibile), Calogero Caltagirone (Vittime per amore e proclamati santi: alcuni casi del Novecento), Antonio Giliberto («Martiri della giustizia e indirettamente della fede»: per un discorso sulla testimonianza cristiana nella Sicilia d’oggi), Giuseppe Savagnone (Testimonianza cristiana e fenomeno mafioso: l’insegnamento di Giovanni Paolo II), Giuseppe Anzalone (Vivere e morire da cristiani: le omelie dei funerali delle vittime della mafia), Cataldo Naro (Il silenzio della Chiesa siciliana sulla mafia: una questione storiografica), Salvatore Barone (Il martirio nella prospettiva dell’etica cristiana), Ida Abate (Il rendere giustizia come preghiera). Il volume si chiude con le Conclusioni scritte da Cataldo Naro.
Il secondo seminario di studio si realizzò sempre nel 1994 per precisare il contenuto semantico dei termini “struttura di peccato” e “peccato sociale” applicati alla mafia. E questo per rispondere all’urgenza, propria della Chiesa siciliana, di elaborare uno specifico “discorso” sulla mafia, soprattutto in funzione della catechesi e della formazione cristiana all’interno delle comunità ecclesiali; un “discorso” sulla mafia che, per non essere generico, deve necessariamente avvalersi di categorie attinte dalla tradizione cattolica.
Gli Atti furono pubblicati nel 1995 a cura di Stefano Diprima con il titolo: Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia. Le categorie teologico-morali di «struttura di peccato» e «peccato sociale» (pp. 158). Dopo la Premessa e l’Introduzione ai lavori scritte dal curatore, si possono leggere le relazioni di Giampiero Tre Re (Mafia: «struttura di peccato»?), Raimondo Frattallone (Connivenza, collusione e silenzio nei confronti della mafia: «peccato sociale»?) e Antonio Giliberto (Pastorale e mafia: i mafiosi come «pubblici peccatori» e una figura di prete antimafia?). Seguono gli interventi di mons. Alfredo Maria Garsia (Primo compito della chiesa è l’annuncio del Vangelo), Liborio Campione (Occorre un discernimento paziente), Vincenzo Sorce (Esperienza di fede e resistenza alla mafia), Giuseppe Anzalone (La mafia come «struttura di peccato» e il mafioso come «peccatore manifesto»), Cosimo Scordato (Teologia, pastorale e mafia) e Cataldo Naro (L’opzione «culturalista» della chiesa siciliana). In appendice al volume si può infine leggere il contributo di Salvatore Privitera (Per una rilettura critica della problematica).
Il terzo seminario di studio si realizzò nel 1996 per conoscere le posizioni su cui si è attestata in epoca contemporanea la riflessione martiriologica nell’ambito delle grandi correnti teologiche cristiane, approfondendo così il significato del martirio cristiano secondo una triplice articolazione confessionale: protestante, ortodossa e cattolica.
Gli Atti furono pubblicati nel 1997 a cura di Massimo Naro con il titolo: Martirio e vita cristiana. Prospettive teologiche attuali (pp. 306). Dopo la Premessa del curatore e l’Introduzione ai lavori di Stefano Diprima, si possono leggere le relazioni di Mariano Crociata (Martirio ed esperienza cristiana nella riflessione cattolica contemporanea), Giuseppe Bellia (Appunti sulla martyría oggi: la testimonianza di D. Bonhoeffer), Yannis Spiteris (Prospettive attuali della teologia greco-ortodossa sul martirio), Michelina Tenace (L’odierna riflessione teologica russo-ortodossa sul martirio). Seguono gli interventi di Silvana Manfredi (L’apporto insostituibile dell’Antico Testamento), Calogero Caltagirone (Martirio e dimensione profetica, regale e sacerdotale dell’esistenza cristiana), Cosimo Scordato (Modelli storici e modelli ermeneutico-teologici del martirio), Antonio Giliberto (Martirio e vissuto teologale: un invito al ripensamento), Augusto Cavadi (Psicologia e sociologia del martirio: nuove piste per una riflessione critica), Francesco Cultrera (Martirio e vita religiosa) e Salvatore Privitera (Al di là della parola: riflessioni sulla res). Il volume si chiude con un bilancio conclusivo dei lavori del seminario di studio scritto da Salvador Pié y Ninot (Martirio e vita cristiana. Prospettive teologiche attuali).
Forse questo semplice elenco dei contributi pubblicati nei tre volumi, anche se privo dei pur necessari riferimenti ai contenuti dei singoli contributi, può bastare a stimolare la lettura degli Atti dei tre seminari di studio, che possono aiutarci a comprendere meglio il significato e il valore del martirio cristiano nel nostro tempo, quel martirio che don Pino Puglisi visse con fede e coraggio esemplari.

Salvatore Barone

Sulle orme di Padre Pino Puglisi. Giovani e adulti della parrocchia San Pio X alla beatificazione di 3P

21 Mag

foto don PuglisiUna delegazione composta da giovani e da adulti della comunità parrocchiale di san Pio X parteciperà il prossimo sabato alla beatificazione di don Pino Puglisi che si svolgerà a Palermo presso il Foro Italico.
L’evento è da ritenere come uno dei più importanti e fecondi della storia ecclesiale e di santità della Sicilia. Infatti, la vicenda di Pino Puglisi ci dice in termini qualitativi come occorre annunciare la fede e vivere la sequela al Vangelo in questo nostro tempo e in questo nostro spazio caratterizzato dalla presenza del fenomeno mafioso. Don Pino nato a Brancaccio, dopo essere divenuto sacerdote e aver fatto diverse esperienze pastorali, tornò nel suo quartiere per offrire a partire e verso Cristo un’alternativa alla presenza mafiosa. La sua attività più che essere definita antimafia, va descritta come partorita dall’incontro con il Maestro di Nazareth. Ciò in un territorio malato per via della presenza mafiosa ha significato la promozione della dignità umana, della libertà dalla schiavitù delle cosche, della possibilità di un futuro diverso.
Per questo motivo Don Puglisi nell’annuncio dell’evangelo ha trovato la morte per mano mafiosa. La beatificazione permette di riconoscere all’intera Chiesa universale e alla nostra comunità locale che la predicazione di Cristo comporta una vita nuova e veramente libera da proclamare e vivere anche a costo della vita.
La testimonianza di Padre Puglisi si presenta in tal modo come fondamentale segno per le future generazioni e per gli uomini e le donne della Sicilia di oggi.
Come giovani e adulti della terra di Sicilia, riteniamo che sia molto importante partecipare alla celebrazione per la beatificazione di Don Pino. Essa, infatti, è simbolo e stimolo per la nostra vita di credenti i quali proprio come Puglisi siamo chiamati ad annunciare Cristo e pertanto ad offrire un’alternativa migliore ad una società che spesso non promuove integralmente la persona.

Comunità parrocchiale San Pio X

Pagano, il Papa e Napolitano: un chiarimento

11 Mag

imageGentile dott. Battaglia,
Risparmio i convenevoli del resto da lei ampiamente espressi e da me condivisi (non può che essere così) ed entro subito nella realtà centrale della discussione. Lo faccio non più con argomentazioni, ma con spunti schematici e spero agili per permettere l’esposizione ancor meglio chiarita di quanto penso in merito alle affermazioni dell’on. Pagano:

1 – le mie riflessioni nella lettera di risposta a Pagano devono essere interpretare con la chiave di lettura che ho inteso dare. Essa mi conduce a trovare il rischio implicito e non evidente di una strumentalizzazione che pare esserci nel mettere in paragone livellante il Papa e il Presidente della Repubblica;

2 – dando per certa l’accettazione del primo punto (che non significa condivisione, ma capacità di lettura tramite tale cono di luce) è più che evidente il fatto che le mie parole non sono come quelle tipiche di un’arringa difensiva o offensiva, ma di un argomentare che cerca di superare lo scoglio di una possibile strumentalizzazione del tema;

3 – a mio parere nella nostra discussione non si manifesta in assoluto una questione circa il contraddittorio. Bensì credo sia evidente il fatto che siamo dinanzi a diversi modelli di comprensione ecclesiale e civile i quali hanno entrambi dei meriti e dei limiti;

4 – nella sua lettera, dott. Battaglia, secondo la mia lettura non si coglie il vero nervo centrale delle tesi che io ho affermato in risposta a Pagano. Infatti nel ragionamento del nostro rappresentante alla Camera intravedo chiaramente (seppure in questo caso solo implicitamente) una condotta preformata e deformata da un atteggiamento di reazione sia in ambito ecclesiale che civile al quale a mio avviso bisogna voltar pagina verso la dimensione della riforma.

5 – da quanto emerge nei precedenti punti, pare evidente e nella natura delle cose così come sono e appaiono che siamo dinanzi e immersi in un argomentare che parte e giunge dall’onesta’ di coloro che ne prendono parte. Aggiungere altro su questo sembra veramente squalificante per gli intervenuti al dibattito;

6 – infine a mo’ di post scriptum è opportuno precisare che Pagano non espone “semplicemente” delle idee su due importanti personalità da esempio per tutti noi, ma implicitamente anche senza volerlo mosso dal desiderio di scrivere sul tema ha forse non esaustivamente calcolato gli eventuali rischi di affermazioni secondo me più volte alla reazione emotiva e valoriale che ad una profonda analisi delle cose in se’.

Rocco Gumina

L’on. Pagano e la non chiara relazione Chiesa – Stato

6 Mag

fotoRecentemente Alessandro Pagano, deputato nazionale appartenente al Popolo delle libertà e politico che da sempre manifesta in maniera evidente la propria ispirazione cristiana, ha inviato agli organi di stampa una lettera la quale conteneva una riflessione sull’esempio che Benedetto XVI da un lato e Giorgio Napolitano dall’altro hanno dato negli ultimi tempi. Ora qui non si vuole dare vita ad una lettura critica dei contenuti della lettera suddetta, ma del metodo utilizzato per presentare una questione di estrema importanza e sensibilità circa i rapporti tra l’istituzione statale e la comunità credente che chiamiamo Chiesa. Preciso anche che mi permetto di entrare nella questione solo perché Alessandro Pagano non è un cittadino comune, come me e al pari di tanti, ma è un delegato dal popolo per rappresentarlo in un organo dello Stato di particolare rilevanza. Pertanto quello che lui ritiene di esporre va doppiamente passato al vaglio della critica in quanto le sue idee dovrebbero essere quelle che rappresentano il nostro territorio abitato da credenti e non, da gente che lo ha votato o meno. Dall’argomentazione utilizzata da Pagano si può dedurre (questa è la mia interpretazione) che lo Stato e la Chiesa sono Istituzioni dirimpettaie che esercitano ciascuna a proprio modo un’influenza nella società, nel mondo, fra gli uomini. Ciò è evidente nella sua riflessione quando si mettono sullo stesso piano i responsabili primi di tali Istituzioni, appunto Benedetto XVI e Giorgio Napolitano. Ora al di là della opinabilità dei contenuti della lettera, il metodo utilizzato dal nostro rappresentante a Montecitorio pare strumentale e può, dunque, dar vita a facili incomprensioni. Quello che stupisce è che un politico che si dichiara marcatamente ispirato dall’evangelo di Cristo, presenti la comunità ecclesiale come una istituzione al pari di quelle statali e nelle quali vigono esclusivamente parametri e modalità tipiche degli ordinamenti democratici o meno. Inutile dire che non è così. La Chiesa, anzitutto, è l’accadimento che avviene per opera dello Spirito Santo e che coinvolge uomini e donne liberi trasformandoli perennemente alla luce della loro tensione alla sequela del Maestro. È chiaro che da tale accadimento scaturisce una prospettiva organizzativo-istituzionale della comunità, la quale però non può e non deve essere mai posta sullo stesso piano delle Istituzioni statali. Insomma, quello in cui Pagano sbaglia è il fatto di pensare  che il Papa è al capo di un regno al pari della Repubblica di Venezia. Anche se nella stessa storia della Chiesa alcuni hanno scritto e detto questo, ciò non vuol significare che sia giusto poiché come si diceva prima l’ecclesia è e resta un evento pneumatico disponibile per via del dono di Dio e della libertà degli uomini i quali continuano ad agire nel mondo, ad appartenere alle altre Istituzioni come lo Stato. In esso i credenti che prendono parte alla comunità mossa dallo Spirito agiscono come gli altri, vestono come gli altri, mangiano e vivono come gli altri rispettando le leggi e i decreti del Cesare di turno, ma esistono radicalmente sub luce evangelii. Lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II in particolare nel documento Gaudium et spes (una delle quattro costituzioni conciliari le quali rappresentano le istanze orientative e basilari di tutti i pronunciamenti dello steso) chiarisce che la Chiesa e lo Stato agiscono con modalità proprie, perciò differenti alla luce della propria specifica natura, in vista della ricerca del bene comune. Ma appunto per far ciò la comunità credente  per propria missione e statuto avrà altri canali, prospettive e possibilità che differiscono da quelle dello Stato. Quello che colpisce nell’argomentare del nostro rappresentante alla Camera è la facilità con la quale si trattano taluni temi. Probabilmente, ma qui si avanza solamente un ipotesi di lavoro non vincolante in assoluto e non certa di veridicità, Pagano mosso dal voler discutere di temi centrali e dibattuti nelle ultime settimane, ha forse con maggiore foga che lucidità di pensiero espresso la sua volontà di reazione a difesa di due Istituzioni minacciate da eventi internazionali e nazionali non chiari ma decisi ad annientare lo status quo. Da cittadino e da uomo che si sforza di comprendere il dono della grazia giustificante rivelata pienamente dal  Maestro di Galilea, mi permetto di annotare due consigli al nostro rappresentante: 1) l’Istituzione dello Stato italiano troverà la forza e la volontà di andare avanti solo quando il nostro popolo con i suoi delegati deciderà di sviluppare pienamente quanto i nostri padri costituenti ci hanno lasciato e, altresì, non coglierà totalmente se stesso in un’ottica reazionaria volta a difendere una situazione la quale è palesemente da riformare; 2) la Chiesa di Gesù Cristo anche se lacerata, problematica e peccatrice non sarà mai abbandonata dallo Spirito che è l’unico a poterla realmente difendere e istituire e alla quale gli uomini peccatori se ritengono possono aderire cominciando a vivere nel cono di luce dell’evangelo. Pertanto on. Pagano in questa mia ipotesi di lavoro che pubblicamente le indirizzo, possiamo dedurre che in linea di massima un cittadino e ancor più un rappresentante di questi, quando deciderà di dire la propria su qualsiasi tema dovrà stare pazientemente attento a dare più spazio alla lucidità di pensiero che alla foga di reazione. Le preciso in ultimo il mio dovere di ringraziarla per avermi dato la possibilità di formulare pensieri su questo tema cercando di mettere a fuoco quando lei implicitamente afferma nella sua lettera. Infatti, sono fermamente convinto che i cattolici, in specie laici, sono chiamati alla fatica di ripensare le relazioni Chiesa – Stato alla luce di quanto per propria natura e finalità tali istituzioni-comunità rappresentano.   
                                                                                                                                                                                                   Rocco Gumina

ControSenso quinta puntata: rapporto giovani e fede

5 Mag

Controsenso quinta puntata

Ecco il link per vedere la quinta puntata di ControSenso: http://youtu.be/jXnZADgD6uA
L’ospite di questo mese è don Rino Dello Spedale Alongi – direttore diocesano Ufficio pastorale giovanile Caltanissetta – il tema trattato è il rapporto tra giovani e fede 

 

Il quinto evangelo di don Puglisi

1 Mag

Don-padre-Pino-Puglisi-1-300x219Esistono diverse tipologie di martirio. Con Puglisi se ne presenta una modalità caratterizzata dall’odium fidei. La sua figura non è camaleontica, ma brilla di luce particolare in situazioni sempre diverse e in nuove interpretazioni. Il suo impegno nel territorio è stato diverso nel tempo con l’esercizio del ministero presbiterale a Godrano, a Brancaccio. In lui parola di Dio è sempre stata presente quasi come l’acqua in una zona acquitrinosa.

            La vicenda martiriale di don Pino Puglisi ci dice che la sua morte è stata subita e donata per la sua gente. Il martirio cristiano è un segno da decifrare per poter parlare oltre se stesso e per poter andare oltre ai fatti di cronaca. Gli eventi di criminalità sono eventi ordinari e peculiari per alcuni quartieri di Palermo. Da parte nostra c’è un errore, quello di adattarsi troppo al mondo. La nostra prospettiva credente deve parlarci con una speciale eloquenza, per noi il mistero non è muto. L’assassinio di Puglisi non è solo un assassinio. Per noi il linguaggio per leggere tale vicenda è quello della profezia. Il martirio non è semplice articolo di cronaca nera. Ad esempio il martirio “laico” di Pio La Torre e il martirio evangelico di Puglisi come si avvicinano? La risposta non è la cristianizzazione di tutti i martiri. Bisogna riconsiderare il martirio come realtà del presente, dell’oggi storico. Puglisi è un martire della giustizia come don Diana e Livatino, la loro fine cruenta è dovuta alle proprie convinzioni religiose. Bisogna, in tal modo, allargare il senso dell’identità dei martiri. La nuova martirologia passa per un’ideale nobile non solo dovuto alla formulazione teologica, ma soprattutto alla testimonianza cristiana. Il martire cristiano può esserci non solo per la fede ma anche per la giustizia, la carità ecc. Così come in modo conosciuto solo da Dio anche il martire laico ha a che fare con la fede. La peculiarità del martire raggiunto da Dio è la capacità di emergere nella comunità tramite una radicale testimonianza. La spiritualità dice il primato nella vita ed è per tutti, ma non avviene in tutti allo stesso modo. Ognuno per il particolare carisma ricevuto ascolta la chiamata di Dio in maniera singolare. Dio chiama tutti ma non tutti rispondono o lo fanno alla stessa maniera. Così la vicenda del martire è come quella di una matassa per la quale bisogna distinguere senza distanziare.  

            Il martirio va inteso a partire dal servo sofferente di Isaia, ma a tale passo veterotestamentario va integrato lo scacco della croce nell’ottica salvifica. E bisogna, altresì, includere la tensione messianica, profetica, sacerdotale e sapienzale nella lettura cristologica. Così c’è una conoscenza nuova da poter  applicare nella propria esistenza credente. È questa l’esperienza del Cristo che fanno le prime comunità. Il testo di Isaia ci dice che dal servo sfigurato viene la piena rivelazione di Dio. Dalla sua vicenda noi comprendiamo la nostra. Alla luce del testo di Isaia sul servo sofferente si trae una lezione profonda e un senso di continuità nella rivelazione di Dio culminata in Cristo Gesù. È opportuno leggere Isaia come profezia per la Chiesa di oggi e così poter reinterpretare la vicenda di Puglisi. Nel profeta si presenta Gerusalemme, la figlia di Sion in declino politico e religioso alla quale però giunge aiuto dal cielo. Dio così opera un rapido cambiamento per le sorti della città santa. La riedificazione avviene con un misterioso servo che è lievito di resurrezione del popolo. Egli è messaggero che reca buone notizie. Il progetto più ampio è quello di ricostruire Gerusalemme per mezzo dell’opera del servo sofferente che è quella della ricostruzione per la salvezza. Il Servo è preceduto e seguito da coloro che imitano il suo esempio. Però bisogna ammettere la sconfitta, il peccato che il profeta denuncia apertamente. I Profeti vanno contro il disordine e annunciano il disegno di Dio con una dimensione di vicinanza ai poveri e con la possibilità di un futuro più giusto. Quelli che detengono il comando e il potere politico – religioso non sono in grado di fare ciò. Annunciare speranza significa andare oltre il potere dell’impero il quale è contrastato dai profeti con parole dure e con l’annuncio della possibilità di salvezza. Come un profeta don Pino Puglisi si apriva ai mafiosi non per la ricerca di un compromesso ma come ultimo annuncio per la salvezza. L’indignazione non è realtà propria del servo sofferente che condivide e offre la speranza che viene solo da Dio. Il Regno, infatti, non è fuori del mondo, la speranza è il diritto d’esistenza per i più poveri e chiama ad agire per la costruzione della nuova Gerusalemme. In Puglisi come nei profeti è Dio ad operare per il nuovo mondo, per la ricostruzione di Gerusalemme.

            Anche l’etica della tenerezza può essere uno strumento di impegno pastorale nella terra di mafia, perché la tenerezza come metodo è radicalmente opposta alla logica criminale. Infatti, essa fa nuove tutte le cose perché Dio è tenerezza. Il Signore non è indifferente al male poiché la tenerezza è la forma amorosa dell’essere. Questa è la categoria biblica e antropologica in genere per cogliere pienamente il senso della rivelazione di Dio. Da ciò si può derivare una civiltà della tenerezza come alternativa a quella dei predatori. La società mafiosa è una civiltà predatoria. La vita cristiana è da vivere nello Spirito di tenerezza e la mafia è assolutamente distante da ciò. Per la “Primavera di Palermo” si impegnarono Pintacuda e Puglisi. Il primo esplicitamente affermava di lottare contro la mafia. Il secondo diceva di non essere un prete anti mafia, ma un prete al servizio anche per i mafiosi che si pentono. La Chiesa proposta da don Pino sceglie i mezzi poveri e scaturisce dall’icona di san Francesco d’Assisi che tende la mano al lupo. Così la tenerezza è una continua tensione per tendere la mano all’uomo – lupo che ci mostra anche il paradosso cristiano. La rieducazione del lupo passa per la rieducazione della città. Questo ci ripete la testimonianza di don Puglisi anche per la Chiesa Siciliana odierna che si deve interrogare seriamente sull’investimento educativo.

            Don Pino Puglisi nella sua vita si è incontrato sempre con macerie umane e materiali, i casi di  Godrano e di Brancaccio lo mostrano chiaramente. Formatosi nella stagione conciliare, egli capisce che la Chiesa deve parlare a tutti, non solo ai cattolici. A Brancaccio mancava lo Stato, non c’era nulla. Lui fonda il Centro Padre nostro a favore soprattutto dei minori. Voleva un centro culturale e sociale per il quartiere, desiderava un polmone umanizzante. Auspicava la realizzazione di una nuova parrocchia, perché il centro fondato era solo un primo passo verso un grande polo spirituale e formativo. Il progetto della nuova chiesa era pensato a servizio dell’intero quartiere, affinché la gente non potesse essere più sottomessa alla signoria della mafia. La sua particolare attenzione era per i giovani, ma anche per gli anziani del quartiere che erano abbandonati.

            Certamente la vicenda Puglisi ci interpella per ripensare il martirio cristiano. Per capire il suo caso pare importante rifarsi alla teologia delle realtà terrestri e alla teologia della liberazione le quali hanno influito su di lui. Don Puglisi fa la scelta di stare sul territorio. Non aspetta nessuno. Tocca con mano che la zona dove opera è segnata dalla mafia la quale si ritiene presenza unica ed egemone. Nonostante questo, continua a fare suo lavoro. Il vangelo che annuncia Puglisi è quello della libertà da realizzare con un cammino che ha come base le beatitudini per cambiare vita e per avere la capacità di resistere alla mafia. Con le sue iniziative mette al centro il Padre nostro mostrando inconciliabilità tra il Dio di Gesù Cristo e la mafia e ciò ha messo inquietudine al sistema mafiosa vigente. Lui non voleva mettersi contro nessuno ma desiderava annunciare la vita di grazia. Così non ha paura di parlare del vangelo di Gesù che annuncia non come Dio onnipotente, ma come Dio servo. Il Signore annunciato da Puglisi è colui che dona la vita. In tal modo don Pino stava togliendo terreno ai mafiosi che hanno una storia religiosa per nulla attinente al Cristo. Egli ha continuato sulla sua strada non alla luce di un fatto dottrinale, ma per la testimonianza alla sequela del Cristo che consiste alla fine nel dare la vita. Il mafioso non ha nulla da spartire con questo modo di intendere la vita, così la vicenda di Puglisi si presenta come diametralmente opposta a quella dei mafiosi. A noi non interessa la cronaca nera, ma il martirio che egli ha vissuto come dimensione cristiana e presbiterale. Ciò che è avvenuto è un compito aperto per la nostra comunità cristiana di oggi la quale deve perennemente chiarire che il mafioso non può far parte della Chiesa. Pertanto, bisogna far fruttificare programmaticamente il martirio di don Puglisi nella Chiesa di oggi, ma la testimonianza di vita ecclesiale deve essere alternativa allo stile mafioso.

            In questo modo viene delineata la testimonianza martiriale di don Pino Puglisi la quale si dice a noi oggi come un quinto evangelo, ovvero come una modalità tutta particolare eppure completamente fedele all’evangelo del Cristo.

                                                                                                                                                                                                        Rocco Gumina