Educare ad una cittadinanza integrante

27 Apr

Considerare le minoranze e le diversità

Una proposta educativa possiede sempre come finalità la possibilità di sostenere un particolare profilo di cittadinanza. Il nostro tempo è caratterizzato dalla crescita costante di esperienze sulle differenze culturali, etniche e religiose. Come cittadini, siamo tutti chiamati a scelte che possono coinvolgere una varietà di aspetti umani prima non previsti ma che, adesso, bisogna conoscere per poter interagire con la realtà sociale, politica e culturale odierna. Il fattore della comprensione è determinante all’interno di una proposta educativa. Infatti, comprendere elude il giudizio definitivo, la condanna inflessibile verso sé e sugli altri e apre alla possibilità dell’accoglienza, del riscatto, dell’assenza del pregiudizio. Per far ciò serve un progetto educativo che consideri le minoranze e le diversità come portatori di conoscenze specifiche da non escludere, bensì da far integrare e soprattutto interagire, nelle attuali comunità socio-politiche.

Il valore della cittadinanza riflessiva

La pluralità culturale, etnica e religiosa invita gli uomini e le donne del XXI secolo ad uno sforzo che conduca ad una cittadinanza riflessiva capace di cogliere le positività provenienti dalla diversità sistemica in atto. In primo luogo, tale prospettiva implica un esame critico di se stessi, della propria storia e delle relative appartenenze; poi, invita a considerare il fatto di essere, ancor prima che cittadini di una nazione, abitanti di un mondo complesso; infine, sviluppa nell’uomo l’esercizio dell’immaginazione non distaccandolo dalla realtà ma donando a questa una profondità in grado di generare un’incessante tensione verso il progresso. Questo profilo di cittadinanza ha bisogno di un’educazione e di un relativo insegnamento che siano democratici nei quali chiunque è invitato a dare un contributo attraverso una metodologia dove non è solo l’adulto, o il maestro, a trasmettere nozioni agli allievi, o ai giovani, ma insieme si esercita una continua tensione critica volta alla ricerca della giustizia nel rispetto dei diversi profili sociali. Il perenne e condiviso esercizio della tensione critica non mette in discussione, per via di una temporanea maggioranza, alcuni diritti e libertà fondamentali bensì indica la capacità di entrare in relazione pensante con ogni dato della realtà persino con la propria tradizione. Un percorso educativo del genere è in grado di fornire la consapevolezza intellettuale delle cause e degli effetti delle diseguaglianze, delle povertà, del nuovo colonialismo, della crisi attuale della politica.

Per insegnare a vivere

Alla luce di questa prospettiva, educare alla cittadinanza non significa accontentarsi di trasmettere le conoscenze ma mira alla peculiarità fondamentale di ogni insegnamento che è quella di insegnare a vivere. Per attuare un tentativo del genere occorre avviare una riforma del pensiero che da un lato eviti le parcellizzazioni disciplinari, i percorsi monotematici, le iper-specializzazioni dall’altro promuova la globalizzazione del sapere. Risulta evidente come l’educazione e l’istruzione siano, specialmente ai nostri giorni, degli strumenti indispensabili per la costruzione della democrazia. Per fare questo, il metodo pedagogico deve da un lato rifiutare ogni logica di dominazione o di indottrinamento delle nuove generazioni dall’altro promuovere processi di liberazione culturale, umana, sociale.

La lezione di don Milani

Nel dopoguerra italiano, don Lorenzo Milani costruisce una proposta educativa per una cittadinanza integrante rivolta ai figli dei contadini quasi del tutto lontani da ogni logica di progresso tecnologico, sociale, politico e umano. Il Priore di Barbiana parte dalla consapevolezza che la parola non è solo un mezzo di comunicazione, ma è soprattutto la via per divenire sovrani ovvero realmente liberi. Quindi, non si tratta di mirare soltanto ad una forma di sviluppo che si lega al prolungamento biologico della vita umana bensì di operare per una crescita psicologica, culturale, spirituale che si traduca politicamente in maggiore responsabilità sociale e dignità umana. Così, l’impegno per l’alfabetizzazione in vista del “possedere la parola” è la più radicale prospettiva per una reale riforma della politica. La lezione di don Milani e dei suoi ragazzi ci dice che le ingiustizie hanno cause sociali, culturali, politiche e ambientali ma che queste possono essere modificate tramite un percorso educativo di cittadinanza integrante che miri alla giustizia sociale e alla libertà.

Rocco Gumina

Per una maggiore socialità: il valore della sussidiarietà

27 Apr

L’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa
è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra
del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle
(Pio XI, Quadragesimo anno)

In uno scenario globale sempre più ricco di connessioni culturali, etniche, religiose ed economiche, la politica – ad ogni livello – dovrebbe ordinare il proprio ripensamento sistemico alla luce del valore della sussidiarietà. Si tratta di un principio enunciato chiaramente nell’art. 118 della nostra carta costituzionale nella quale si afferma: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà». Il valore della sussidiarietà – nel riconoscere l’autonomia politica ed economica dei soggetti e delle comunità – sancisce il dovere da parte dello Stato, o delle istituzioni maggiori, di integrare le mancanze degli enti minori. La finalità di tale intervento è legata allo sviluppo della persona intesa come membro attivo della società civile. Di certo, una riforma politica ispirata all’attuazione della sussidiarietà potrebbe valorizzare la logica della socialità e dell’integrazione in un momento storico nel quale occorre guidare culturalmente e politicamente la Babel, per dirla con Bauman, della globalizzazione.
A sua volta, il valore della sussidiarietà si poggia da un lato sul principio personalista dall’altro sul riconoscimento del ruolo dello Stato e delle autorità sovranazionali. Se la prospettiva personalista ci ricorda che l’individuo da solo non è in nessun caso autosufficiente poiché la vera natura dell’uomo si declina nella socialità dei beni e delle relazioni; il riconoscimento del ruolo delle istituzioni maggiori ci permette di chiarire che lo Stato non è solamente uno degli attori per la concretizzazione dell’interesse generale, ma il garante. Quindi, se lo Stato ha come finalità il bene comune – per il tramite della sussidiarietà – la socialità viene istituzionalizzata.
In Italia, sin dall’impegno di alcuni intellettuali cattolici per la stesura del Codice di Camaldoli, è diffusa l’idea che le istituzioni politiche di qualsiasi livello abbiano per finalità la giustizia sociale che permette l’esercizio di un’autentica libertà. Si tratta di una sorta di perenne tensione culturale e politica – che trova una fonte costituzionale negli articoli 2 e 3 della nostra carta – la quale costituisce la visione politica generata dai costituenti. Simile visione esprime il valore dell’uguaglianza sia nella prospettiva delle libertà personali e sociali da garantire a ciascuno sia nell’ottica della diffusione dei mezzi in grado di permettere lo sviluppo di ogni persona e, pertanto, da assicurare a tutti. Oltre a ciò, la nostra Costituzione lega il principio di sussidiarietà alla solidarietà la quale va promossa in modo verticale, ovvero dalle istituzioni, ma anche in prospettiva orizzontale tramite l’adempimento da parte di ogni cittadino dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. In sintesi, la visione culturale e politica dei nostri costituenti riconosce che non può esserci vera libertà senza giustizia sociale.
Inoltre, l’attuazione del valore della sussidiarietà avvierebbe dei processi di riforma anche nell’Unione Europea oggi avvertita come un’entità sovranazionale quasi per nulla rappresentativa in termini politici. Infatti, la sussidiarietà implica lo sviluppo di una partecipazione politica dal basso che non esclude ma reclama solo in caso di necessità l’intervento dall’alto.
L’odierna Babele politico-economica – che investe il progetto occidentale generato all’indomani del crollo del muro di Berlino – ci invita, a qualsiasi livello e latitudine, a ripensare i fondamentali della socialità e, dunque, dell’umanità. La proposta avanzata dal capitalismo totalitario che aizza i desideri della pancia dei popoli – si veda la Brexit in Inghilterra, l’elezione di Trump negli USA, il grande consenso riscosso dalla Le Pen in Francia e da Geert Wilders in Olanda – non sembra in grado di avanzare una proposta di convivenza planetaria. Verosimilmente, il valore della sussidiarietà – con tutte le declinazioni e varianti che comporta – potrebbe orientare un processo di ripensamento e di riforma capace di figurare, per via di una maggiore socialità, la svolta politica del XXI secolo.

Rocco Gumina

Oltre il populismo: “Il futuro dell’umanità è nelle mani dei popoli”

27 Apr

Il crescente fenomeno globale delle migrazioni dai paesi sottosviluppati e in perenne crisi politica verso le nazioni ricche ci conferma che i poveri non vogliono subire l’ingiustizia ma si organizzano, rischiano, studiano, lavorano in vista di un futuro migliore e percorribile. Le strategie di contenimento di questi flussi migratori – elaborate dalle nazioni del primo mondo per rendere i poveri docili e innocui – sembrano, oltre che ingiuste, fallimentari in ogni parte della terra. Il compito di ripensare in modo radicale l’esistenza dei popoli non può essere affidato esclusivamente alle istituzioni politiche, ai grandi gruppi bancari o alle multinazionali. Le organizzazioni di base sono chiamate a dare un contributo importante per pensare nuovamente la politica e la democrazia in termini inclusivi poiché solo chi è a stretto contatto con la povertà, o chi la vive con la propria esistenza, è cosciente, come ricorda Francesco, che: «non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo pace e se distruggiamo il pianeta» (Discorso ai partecipanti all’incontro mondiale dei movimenti popolari, 28 ottobre 2014).
Sembra chiaro, almeno nel mondo occidentale, che occorre rinnovare le nostre democrazie a partire da percorsi che superino una logica giuridico-formale per avanzare una prospettiva popolare e di democraticità inclusiva. Quindi, bisogna riconoscere che urge un cambiamento da avviare tramite la generazione di processi culturali, sociali e poi politici in grado non di dare risultati immediati, ma di mutare la sostanza della politicità. In questa visione, a parere del Papa, è chiaro che un ruolo determinante deve svolgerlo il popolo: «il futuro dell’umanità non è solo nei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento» (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015).
La visione integrante della politica proposta dal vescovo di Roma, mette in relazione le guide politico-economiche e i popoli della terra con la complessità del ripensare sia i modelli socio-politici sia la relazione con l’ambiente. In questi termini, si tratta di una vera e propria ecologia umana che tende a includere gli esclusi del mondo globalizzato. La tensione olistica di questo progetto trova nella solidarietà la base per affrontare e limitare quella sottocultura dello “scarto” che produce l’emarginazione nelle sue varie forme e intensità. Così, nell’ottica propriamente politica, necessita un’opera di rivitalizzazione della democrazia – che deve passare per un processo di riforme trasparenti non più rimandabile – la quale miri a garantire l’essenziale ad ogni uomo per vivere e per sviluppare la propria personalità. Inoltre, il principio della solidarietà orienta la nostra società alla fiducia reciproca. In tal modo, la solidarietà si trasforma in fedeltà fra i cittadini e le istituzioni e qualora non si avanzassero logiche solidali verrebbe meno il patto sociale. Una coscienza solidale – diffusa fra i soggetti della società, nei profili istituzionali e associativi – conduce ad un’azione comune inclusiva. Dunque, la solidarietà si configura come un imperativo irrinunciabile per le nostre democrazie perché questa raffigura, a parere del filosofo Charles Taylor, il motore di un’azione sociale curativa.
In un sistema socio-politico nel quale l’unico parametro di misura sembra essere l’interesse del singolo con la conseguente disgregazione di ogni forma di socialità, pare evidente che una democrazia inclusiva debba rilanciare anche la dialettica del dono. Infatti, il dono è un elemento in grado di recuperare la dimensione relazionale che è costitutiva dell’essere umano. Il dono gratuito e disinteressato oltre a promuovere il ricevente permette al donatore di riconoscersi. Così, il donare non possiede un valore meramente privato, ma ha anche una valenza pubblica poiché senza dono non vi è vera socialità. Nella comunità, il dono primordiale consiste nel riconoscere all’altro la dignità di essere umano.
La teoria del dono e l’esercizio della solidarietà possono costituire un binomio valoriale per rinnovare la politica in vista di una democrazia inclusiva. Democrazia che, generata e alimentata da questa base valoriale, può attraversare e superare la deriva populista nella quale il sistema politico occidentale sembra pienamente caduto.

Rocco Gumina

Includere vecchie e nuove povertà

27 Apr

I poveri sono umani esattamente come coloro che hanno più soldi.
Non possono vivere solo di sussistenza.
Desiderano rilassarsi e divertirsi proprio come tutti.
Ma possono farlo solo tagliando su cose molto essenziali per il benessere fisico.
E allora tagliano.
(Rowntree, 1937)

Un recente studio della sociologa Chiara Saraceno – Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi (Feltrinelli, 2015) – evidenzia, tramite una rigorosa indagine, quanto sia rilevante l’emergenza della povertà nelle società occidentali e, in particolar modo, in Italia. Questa condizione di privazione individuale e comunitaria è diffusa tanto nel moderno Nord quanto nell’arretrato Mezzogiorno e certamente – da un punto di vista morale – l’estensione della povertà non è dovuta all’aumento dei “fannulloni” nella popolazione nazionale. Piuttosto, si tratta di ataviche falle del sistema capitalistico che, adesso e in modo energico, presentano il conto. In realtà, la crisi economica ha sì fatto crescere il numero dei poveri, ma la povertà – nei paesi ricchi – è un dato strutturale mai residuale. Per di più, lo sviluppo economico di marca capitalista non ha mai realizzato la promessa di cancellare definitivamente la povertà e, in un contesto di competizione fra gli Stati e di grandi flussi migratori, questo obbiettivo sembra volutamente oscurato.
I numeri sono davvero impietosi. Infatti negli ultimi anni – quelli successivi all’avvio della crisi economica internazionale – è cresciuto, e di molto, il numero di persone che si rivolgono alle mense per i poveri e alle banche alimentari. Tuttavia, rispetto alla condizione dei poveri di inizio Novecento, l’odierna qualità della vita è senza dubbio superiore per via di un sistema capitalistico misto regolato da una legislazione statale tesa alla ricerca di una maggiore giustizia sociale. Bisogna precisare che il concetto attuale di povertà non riguarda soltanto le mancanze alimentari ma anche abitative, sociali, culturali, professionali. Difatti, anche per chi ha un posto di lavoro stabile è faticoso arrivare a fine mese per assicurarsi servizi – università per i figli, spese mediche – ritenuti come fondamentali nella nostra società.
Al di là della situazione dei singoli – che va presa in carico con opportune iniziative politiche e sociali come quelle a sostegno della famiglia che mancano quasi totalmente nel nostro Paese – la questione della diffusione e della presenza strutturale della povertà in Occidente è da considerare un fattore di rischio e di opportunità per le nostre malconce democrazie. Di rischio, poiché dinanzi alla privazione permanente di beni di prima necessità i cittadini tendono ad eludere ogni forma di politicità; di opportunità perché l’inclusione sociale dei poveri potrebbe riavviare un sistema sia politico sia economico bisognoso di nuove vie per argomentare e costruire il futuro.
La recente protesta – intrapresa da diverse compagini politiche, sociali, culturali, imprenditoriali, territoriali – arricchita da una raccolta di firme orientata ad impedire la nascita di un Centro di accoglienza straordinario (CAS) a Caltanissetta, deve indurci ad una riflessione legata alla questione della povertà. Se il fenomeno dell’immigrazione è inarrestabile e se la presenza nel nostro territorio di migranti – i quali possiedono i diritti umani riconosciuti dalle varie carte dell’ONU – garantisce opportunità lavorative e quasi totale assenza di problematiche legate alla sicurezza, perché nessuna forza sociale laica o cattolica ha avanzato un percorso riflessivo di inclusione? Nei giorni scorsi, pare che nella cittadina nissena sia andato in onda un lungo ed estenuante talk show televisivo mirante all’aumento della logica di chiusura dinanzi ad un futuro che avviene in modo inarrestabile. Davanti al mutamento dei paradigmi culturali, sociali, economici e politici una società vigile è chiamata ad uno sforzo più grande: includere vecchie e nuove povertà affinché diventino opportunità di sviluppo.

Rocco Gumina

Chi ha paura della democrazia deliberativa?

27 Apr

I mali della democrazia si curano con più democrazia (J. Dewey)

Che la nostra democrazia sia in crisi è noto a tutti. Ma la questione centrale, per chi avverte in modo stringente le difficoltà del nostro sistema e cerca di operare in vista del cambiamento, è legata alla profonda comprensione e al superamento graduale di tale stadio.
Senza alcun dubbio, il futuro dei popoli – e dei processi democratici – non può essere pensato e attuato esclusivamente da chi rappresenta i poteri istituzionali o da chi detiene disponibilità economica o legami con apparati burocratici e finanziari. Il futuro dell’umanità deve essere riconsegnato nelle mani dei popoli e nella loro capacità di organizzarsi e di prospettare una convivenza realmente democratica. Ovviamente, questa riconsegna non potrà essere indolore. I popoli sono chiamati alla fatica in vista della riconquista della possibilità di deliberazione in ambito politico, economico, culturale e sociale.
La rivitalizzazione dei processi democratici passa anche dall’idea di umanità che si formula. Una logica umana individualistica non può reggere l’esistenza del patto sociale – necessario per la vitalità della democrazia – il quale per sopravvivere ed essere fecondo richiede alcuni valori come la fiducia e la solidarietà reciproca. Quindi, un’antropologia relazionale e aperta al dono può permettere ai vari agenti politici – singoli, lavoratori, famiglie, associazioni, partiti, istituzioni – di sviluppare le proprie capacità da mettere in circolo nel dinamismo democratico. Sottinteso a tale ragionamento vi è la percezione della prassi democratica non come mero rispetto delle procedure legislative e burocratiche, bensì come movenza culturale, psicologica, sociale e spirituale tesa ad una finalità: la vita buona. Pertanto, è assolutamente falso pensare che impegnarsi o meno in politica sia la stessa cosa poiché la democrazia, e il suo necessario rinnovamento, ha bisogno del contributo di tutti.
La forma di democrazia rappresentativa diffusasi nel corso degli ultimi secoli ha permesso lo sviluppo dei diritti umani e politici. Tuttavia, nel nostro contesto, tale forma istituzionale è sempre più in crisi sia per l’incremento di un populismo che desidera soddisfare solo i desideri della “pancia” degli individui, sia per la crescita di un assetto post-democratico nel quale i veri detentori del potere non sono gli eletti bensì le grandi lobby economiche, finanziarie e burocratiche. In questo modo, pur preservando il guscio della democraticità, nella polpa il nostro sistema non è più realmente democratico.
Dato che nel corso della storia, dai primi esperimenti in Grecia a Donald Trump, la democrazia è stata capace di rinnovarsi con continue trasformazioni, l’odierno scenario di crisi non reclama la fine della democrazia ma un’estensione di questa. La democrazia deliberativa – già sperimentata in Brasile, Irlanda, Islanda, Portogallo, ma anche dalle nostre parti in Liguria, Lazio, Toscana e a Bologna – è una modalità di coinvolgimento dei cittadini che si basa sul fondamentale primario della logica democratica: la partecipazione. Si tratta di una sorta di estensione della democrazia che permette ai cittadini – tramite forum, consulte, coordinamenti – di scegliere politicamente sui temi legati alla propria comunità. Insomma, una specie di quinto potere politico – accanto al legislativo, esecutivo, giudiziario e ai media – in grado di innovare la nostra democrazia nella speranza del superamento dell’attuale crisi.
Senza alcun dubbio, la democrazia deliberativa non è la risoluzione ideologica a tutti i mali della nostra politica poiché urge, sempre di più, una classe dirigenziale onesta e con una visione del futuro ma anche una cittadinanza consapevole e interessata al bene comune. Eppure, la prassi deliberativa permette di ripensare la partecipazione politica e il potere in chiave diversa cioè comunitaria. È chiaro che alcuni – fra coloro che con la politica, con l’economia o con la burocrazia gestiscono il potere in modo personale – potranno avere paura di una democrazia ripensata in modo deliberativo. Ma la crisi in atto non ammette deroghe, ritardi o paure.
La città di Caltanissetta con l’istituzione della Consulte comunali – di cui si è discusso recentemente in un incontro organizzato dal Polo Civico – potrebbe avviare un percorso verso la democrazia deliberativa. Speriamo che, a Caltanissetta, nessuno ne abbia paura.

Rocco Gumina

Costruire una città affidabile. Il valore sociale della misericordia

27 Apr

A conclusione del Giubileo straordinario della misericordia, Francesco ha pubblicato la lettera apostolica intitolata Misericordia et misera. Oltre a far discutere, più mediaticamente che nella sostanza, sulla possibilità per ogni sacerdote di concedere la remissione del peccato legato alla pratica dell’aborto, il documento ci invita a valutare le diverse declinazioni valorali della misericordia fra le quali quella sociale. Difatti, al numero 17 del testo, il vescovo di Roma afferma: «le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale. Essa infatti spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una “città affidabile”».
Il punto di partenza per la costruzione di una città affidabile è delineato dalla consapevolezza di non avere paura dello Stato e dei suoi ordinamenti. Tale fattore deriva dall’effettiva finalità dell’istituzione statale che coincide, o dovrebbe, con la ricerca del bene comune. Tuttavia, la questione non appare così scontata poiché, in genere, lo Stato moderno nei suoi presupposti non sembra avere un fine diretto se non quello di riconoscere i diritti fondamentali dell’uomo e di difendere la proprietà privata. Di conseguenza, l’a-finalismo dello Stato moderno conduce ad una sorta di inazione delle procedure statali preoccupate esclusivamente di tutelare forme contrattuali più o meno rilevanti e, pertanto, i soli diritti individuali dei cittadini.
Per superare simile impasse, occorre rifarsi alla categoria culturale della fraternità la quale in Occidente si è plasmata sia sul concetto della carità cristiana sia sul movimento filosofico-politico della rivoluzione francese. Sulla scia di questa duplice matrice, la fraternità in politica rilancia questioni – profondamente connesse alla ricerca del bene comune e all’attuazione di una democrazia sostanziale – come la convivenza delle pluralità, la fratellanza civica e la solidarietà sociale.
In vista dell’edificazione di una città affidabile, un apporto necessario deve essere offerto al concetto e alla pratica della democrazia. Il rinnovamento dell’attuale sistema politico passa per il superamento della degenerazione video-cratica, medio-cratica e plebiscitaria del sistema democratico che ha condotto, insieme al decadimento morale, allo scollamento fra cittadini e istituzioni. Nella sostanza, bisogna intendere la democrazia non solo come strumento per il rispetto di procedure, bensì come processo – sempre in atto – per la difesa e per lo sviluppo dell’uomo e delle comunità da questo generate. Ne deriva che il sistema democratico, pur nel rispetto della crescente pluralità e diversità della realtà odierna, è il contenitore per la perenne ricerca della verità dell’uomo congiunta al bene comune. Valori non più superabili come l’uguaglianza fra gli uomini, la pluralità e la laicità confermano che lo spazio democratico è un luogo dove si esprime la verità sull’uomo.
Quindi, alla luce dalla declinazione sociale della misericordia possiamo definire la finalità della democrazia, e più in generale della politica. Questa non può appagarsi di uno stato di sterile neutralità bensì, per sua natura, è destinata a ricercare – come proprio fine – la giustizia, il bene comune, la vita buona. Perciò, il fine dell’associazione politica è quello del vivere bene e di consentire agli uomini di sviluppare al meglio le proprie virtù. Così, la politica è arte del deliberare il bene comune e non esclusivo legame umano di tipo procedurale e contrattuale poiché la finalità dello Stato, e della democrazia, è la vita buona. Alla luce di ciò, l’uomo deve evitare sia il rischio di ritenere la politica come un’attività fra le tante da poter eludere sia la convinzione di pensare alla politica come ad un mero strumento per l’arricchimento economico.

Rocco Gumina

Per un’economia agapica

27 Apr

Eppure il commercio predatorio, il “libero mercato”,
come viene eufemisticamente chiamato,
funziona regolarmente sul principio di guadagnare
il massimo pagando il minimo
(James Hillman, Il potere)

La crisi economico-finanziaria in atto potrebbe configurarsi come uno mezzo straordinario per ripensare su nuove basi l’odierno sistema capitalistico. Un formidabile assist per tale opera lo fornisce papa Francesco al numero 203 dell’Evangelii gaudium quando afferma: «La dignità di ogni persona umana e il bene comune sono questioni che dovrebbero strutturare tutta la politica economica». Le parole del vescovo di Roma esprimono l’opportunità di mettere a servizio dell’uomo la scienza economica affinché si possa produrre maggiore giustizia sociale e dunque vera libertà.
Va ricordato che l’economia è una scienza umana che gode di piena autonomia. Affermare ciò non significa rinchiudere il mondo economico dentro gli esclusivi confini della propria realtà, poiché l’economia – essendo un’opera umana – possiede una dimensione di interdisciplinarietà che la apre alla società, alla politica e in definitiva all’etica. Il fondamento plurale del fattore economico ci indica la componente umana come il principio iniziale e la destinazione finale di questa attività. Così, l’economia è qualcosa di più del proprio orizzonte scientifico-tecnico poiché entra nell’ambito dell’umano e riceve dall’etica un indirizzo volto a promuovere tutti gli uomini. Questa concezione umanizza le realtà economiche e le dona una nuova finalità legata al porsi a servizio dell’uomo.
L’attuale sistema economico-finanziario internazionale ha bisogno di una profonda revisione poiché un gruppo ristretto di ricchi diventa sempre più danaroso, mentre cresce la moltitudine dei precari e dei disoccupati. Introdurre nei dinamismi economici il fattore dell’etica – e quindi della ricerca del bene comune, della sussidiarietà e della solidarietà – potrebbe rappresentare la svolta per riformare l’odierna situazione. Il sostegno a un simile processo viene dalla nascita e dallo sviluppo dell’economia civile per la quale il commercio è considerato il luogo dell’esercizio delle migliori virtù civiche. La caratteristica tipica dell’economia civile è prodotta dalla relazione fra economia e società le quali non possono più considerarsi come estranee o concorrenti. Ma, tutto ciò non basta. Infatti, a parere di Luigino Bruni, l’economia occidentale ha conosciuto nella sua tradizione l’amore come filantropia senza giungere alla prospettiva agapica. In realtà, se l’agape trova posto nella dimensione pubblica e civile dell’Occidente, la scienza economica non ha ancora recepito questa istanza. Alla luce di ciò, il principio agapico nell’economia potrebbe fondare un nuovo sistema in grado realmente di porsi a servizio dell’uomo. Un’economia alimentata dal principio agapico è destinata a legarsi a una comune cultura etica, sociale e politica nella quale al centro è collocato l’uomo.
Nell’odierno mondo globalizzato, lo scenario socio-economico – nel quale avanzare la prospettiva di una centralità della persona coesistente allo sviluppo tecnico e finanziario – è quello derivato dalla dottrina neoliberale. Quest’ultima, tenta di costituire un modello di governo che riduca al minimo i significati sociali condivisi per privilegiare l’ampliamento dell’azione individuale. In questo scenario, il cittadino si educa alla visione del privilegiare – sempre e comunque – la priorità dei suoi bisogni individuali a scapito della dimensione collettiva. Si tratta di una sorta di individualismo radicale nel quale è come se elementi di totalitarismo e liberismo si fossero paradossalmente fusi e sperimentassero in molti ambiti delle società avanzate una sorta di spettro inquietante, il Totaliberismo. Non si tratta solo del fatto che l’economia sia divenuta potenzialmente “totalitaria”, ma che sia divenuta “totalitaria” una certa idea di libertà, non autenticamente umana, la libertà senza autonomia. Tale sfondo – lungi dal garantire l’equo sviluppo, la giustizia e la libertà sociale – genera e alimenta povertà nuove o già conosciute. In questo contesto, è urgente una visione della politica, dell’economia e della società che privilegi gli ultimi.

Rocco Gumina